Dark Mode Light Mode

Don Bluth: Il Finto Ribelle – Parte 11: Anastasia

Copyright: Disney

Anastasia è l’ultima fiammata creativa di Don Bluth prima del suo inglorioso finale di carriera. Un film sicuramente meno personale e più “dello studio”, con il budget maggiore e gli incassi più alti della sua vita. e soprattutto, con la storia e i personaggi rimasti più di tutti nell’immaginario collettivo. La principessa Disney che prima non era Disney e che poi lo è diventata un po’ per acclamazione popolare e un po’ per tristi speculazioni finanziarie. Un film difettoso, revisionista, sinceramente bugiardo e fuori tempo, realizzato da un regista che ha una visione del mondo ingenua come solo un americano di campagna può avere. Non il suo capolavoro (che resta Brisby), né il film più redditizio e adattabile per un franchise (quello è sicuramente Alla ricerca della valle incantata), né il più emblematico e identificativo (Fievel), ma sicuramente quello più capace di affermarsi presso il pubblico dei musical animati degli anni Novanta, un genere ormai affollatissimo e in cui nessuno riesce a raggiungere i risultati della Disney migliore. Fortunatamente, qui Don Bluth ha avuto il guinzaglio della Fox ben stretto al collo, e meno male, perché il rischio di compiere l’ennesimo disastro era dietro l’angolo.

La famiglia reale russa cade in seguito alla rivolta popolare sobillata dal demoniaco Rasputin; solo la principessa Anastasia è sopravvissuta, ma è andata dispersa: ha perso la memoria ed è ormai una ragazza orfana ignara di tutto. Il caso vuole che venga resa partecipe di una possibile truffa architettata dal giovane Dimitri e dal buffo Vlad: deve spacciarsi per la principessa con l’unica sua parente ancora in vita, la nonna.

20th Century Fox aveva avviato molti anni prima un programma di produzione di lungometraggi animati, realizzando anche un paio di film di Ralph Bakshi (Wizards nel 1977 e Fire and Ice – Fuoco e ghiaccio nel 1983) e, dopo aver avuto una discreta fortuna con i cartoni per la televisione (citofonare in casa Simpson per chiedere quanti soldi hanno fatto dagli anni Ottanta in poi), decide di giocare sullo stesso campo di Disney e Bluth proponendo un trittico di discreto successo all’inizio del decennio successivo con FernGully – Le avventure di Zak e Crysta (1992), C’era una volta nella foresta (1993) e Pagemaster – L’avventura meravigliosa (1994). Meglio sicuramente dei film di Don, ma lontanissimi da un qualsiasi Aladdin.
Anastasia rappresenta l’ancora di salvataggio per la carriera di Bluth che era ormai stato costretto a smantellare il suo studio (quattro flop di fila non sono certo un bel biglietto da visita) e che però voleva dimostrare ancora di essere capace di gestire un progetto più ambizioso. A Don servivano soldi e lavoro e per questo era disposto a tornare un “dipendente”; alla Fox serviva un artista con un’identità simile a Disney ma precisa e definita: Bluth era l’unico a corrispondere a questa descrizione. In un mondo pronto a lanciarsi in un nuovo universo digitale, con il bel marchio Pixar ad aprirci le porte, Bluth e Fox guardano agli inizi del Novecento, in una maniera molto discutibile ma efficacissima.

La Fox aveva già narrato la storia della principessa perduta dei Romanov in un film live-action del 1956 con protagonista Ingrid Bergman e diretto da quel genio di Anatole Litvak, ebreo nato a Kyiv ma emigrato prima in Europa e poi negli Stati Uniti a partire dal 1936, che già aveva toccato il tema dei nobili russi fuggiti in Francia in quel gioiellino di Tovarich (1937). Sia nel film del ’56 che in quello di Bluth, troviamo una ragazza orfana e smemorata che, manipolata da un giovane briccone dal cuore tutto sommato buono, si spaccia per la principessa agli occhi della nonna, per poi convincersi (o realizzare) di esserlo davvero, innamorarsi del bel ragazzo di turno (che si ravvede) e vissero tutti felici e contenti: la fiaba perfetta, il fiore che sboccia sul deserto del bolscevismo (ah…, la guerra fredda!).

Tuttavia, se Litvak non si mostra sicuro al cento per cento della reale identità della ragazza (di finte Anastasia è piena la storia dei gossip reali), qui Bluth spinge sulla sospensione dell’incredulità, rendendo il tutto un fantasy nel pieno stile Disney rinascimentale. Anzi, è l’intera formula della Disney rinascimentale ad essere utilizzata: una protagonista orfana di uno o entrambi i genitori, un interesse amoroso, una figura “paragenitoriale” (la nonna), un cattivo, spalle comiche animali e umane, belle canzoni. Sì, avete letto bene: finalmente in questo film la colonna sonora è accurata, puntuale, travolgente e verrà ampiamente sfruttata tra musical teatrali e karaoke nei decenni successivi. La canzone di Rasputin (In the dark of the night), è probabilmente la migliore di tutta la filmografia di Bluth ed è anche la sequenza più “sua” di tutto il film. Un cattivo stregone, ispirato ad uno dei personaggi più misteriosi della storia dell’umanità, che dopo aver venduto l’anima al diavolo è diventato una sorta di non-morto, canta la sua canzone davanti a un pubblico di… insetti colorati.
Al netto poi delle continue inquadrature grandangolari e di una macchina da presa davvero molto presente, Anastasia raggiunge livelli tecnici paragonabili a quelli de La Bella e La Bestia (da cui ruba un bel po’). Questo ha sicuramente contribuito a renderlo agli occhi del pubblico un Classico Disney apocrifo, con somma soddisfazione del nostro Don e della produzione, i quali hanno subito messo in cantiere – da buona tradizione Disney – un sequel da cassetta, di cui parleremo nel prossimo appuntamento.

Post precedente
Posters & Co. - Nope, Jordan Peele, Heavy Horses e l'impossibile

Posters & Co. - Nope, Jordan Peele, Heavy Horses e l'impossibile

Post successivo

Razzie Awards 2026: "La guerra dei mondi" è il peggior film dell'anno