Il concorso della Berlinale 76 si dimostra talmente generoso non solo da proporre al suo pubblico un altro film di genere, stavolta un western, ma addirittura un sequel! Si tratta di Wolfram, diretto da Worwick Thornton e sequel, appunto, del suo Sweet Country, che nel 2017 si aggiudicò il Premio speciale della giuria alla Mostra del cinema di Venezia.
Ambientato come il suo predecessore nell’Australia del primo dopoguerra, stavolta durante gli anni Trenta, il film ne ripropone anche i medesimi temi, quelli del razzismo e della violenza. Storia di due bambini separati brutalmente dalla madre e poi in fuga da diversi padroni, prima dal padre violento e poi da un nuovo carceriere (il razzista Mick Kennedy, già comparso in Sweet Country), Wolfram è da ritenersi soddisfacente in virtù della sua spiccata coerenza visiva e tematica con il capitolo precedente e per l’aderenza al genere western, qui nella sua versione australiana (la cui specificazione geografica permette un paio di intriganti digressioni sui temibili aborigeni, versione australe dei “pellerossa” hollywoodiani).
Come nella pellicola del 2017, Thornton crea uno spazio-mondo davvero credibile, a partire dalla cura infusa nella rappresentazione della natura. Ogni folata di vento, ogni ombra proiettata dal sole bollente sul terreno polveroso, ogni rumore strepitante di un fuoco acceso nel deserto, ogni orizzonte e ogni saloon: tutto serve a costruire – e anche, sinceramente, a compensare l’ampia dilatazione narrativa che pervade l’opera – il volto sporco e feroce della frontiera australiana.
Appagante da osservare e divertente da seguire, anche per merito di un paio di buone scene action (su tutte quella che nel finale coinvolge un cowboy di etnia cinese), Wolfram è limitato esclusivamente dalle modeste ambizioni – l’aderenza al genere, infatti, può spesso rivelarsi un’arma a doppio taglio – e da alcune soluzioni estetiche recuperate, malauguratamente, da Sweet Country. Innanzitutto, l’utilizzo sporadico nella prima parte e poi inspiegabilmente assente nella seconda di alcuni flashforward che, a differenza dei loro fratelli flashback decisamente più appropriati, scadono nella ridondanza, nell’inutilità narrativa e nel cattivo gusto.
Insomma, la pellicola si rivela particolarmente interessante e compiuta principalmente quando è accostata all’episodio precedente. In verità, non si può certo negare che Thornton non abbia realizzato un piacevole dittico, il quale nella sua seconda iterazione è pure in grado di abbandonarsi a un risolutivo senso di speranza, decisamente latitante al termine di Sweet Country.
Voto:
3.0 out of 5.0 stars