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Berlinale 76 – Nina Roza: un polpettone europeo sull’identità nazionale e sull’arte

Copyright: Alexandre Nour Desjardins

Storia di un esperto di arte contemporanea che, dopo quasi trent’anni vissuti a Montréal, torna nella sua terra natale per scoprire il mistero dietro una giovane artista bulgara di appena otto anni, Nina Roza possiede tutti gli elementi necessari per essere considerato il più classico degli europudding.

Presentato in concorso alla Berlinale 76, il film scritto e diretto da Geneviève Dulude-de Celles è una co-produzione tra Canada, Belgio, Bulgaria e Italia e non fa assolutamente nulla per nasconderlo, tanto che abbondano, com’è consuetudine – se non norma – in questo tipo di operazioni, numerosi dialoghi multilingua (insieme alla relativa presenza di attori di diverse nazionalità), in modo da accontentare ogni Paese che ha investito un po’ di denaro pubblico nel progetto.

Come se non bastasse, Nina Roza presenta anche i contenuti attribuiti stereotipicamente al cinema europeo. Infatti, la pellicola si abbandona – sarebbe meglio dire che si adagia – sul tema dell’arte e dell’identità nazionale. Peccato, però, che il primo non sia mai veramente posto in primo piano, bensì sacrificato sull’altare del secondo: Mihail (Galin Stoev) durante il suo ritorno in Bulgaria riscopre una parte di sé stesso e del suo rapporto con la figlia, oggi adulta ma che lui rivede nella piccola artista Nina, la quale si oppone categoricamente a lasciare la sua terra e a voltare le spalle alle sue radici per inseguire il successo artistico e commerciale all’estero.

Il racconto di questo sradicamento e poi riappropriazione culturale esperito da Mihail assume, tuttavia, la forma di blandi silenzi tautologici, che risultano semanticamente ancora più vacui alla luce dell’eccessiva e farlocca dilatazione narrativa inseguita a tutti i costi dall’autore. A questo, occorre aggiungere – come da prassi per ogni europudding degno di tale denominazione – una certa allure estetica da cartolina, che rispecchia compiutamente gli intenti cine-turistici di questo genere di produzioni. I numerosi e stucchevoli campi lunghissimi che costellano il film servono, appunto, a esibire le bellezze naturali della Bulgaria rurale, tanto quanto le scene di massa ambientate nell’umile villaggio di Nina sono utili a fornire una vaga descrizione etnografica di chi ci abita.

Ciliegina su una torta non particolarmente gustosa, ma forse digeribile per quanto si possa essere abituati a un sapore provato spesso nell’ambito del cinema europeo, è la chiosa finale sul parallelismo tra un curatore di una mostra d’arte e un padre di famiglia. Sinceramente, un passaggio decisamente evitabile e che risulta solamente stucchevole e ridondante.

Quantomeno, Nina Roza è ricco di belle canzoni bulgare. che appaiono come la luce di un faro in mezzo alla nebbia fittissima di una colonna sonora costituita prevalentemente da ridicoli cori polifonici.

In definitiva, un film che avrebbe potuto sviluppare delle riflessioni interessanti, soprattutto a fronte di alcune scene non del tutto dimenticabili (ad esempio quella del confronto tra Mihail e ciò che resta della sua famiglia bulgara), rimane tristemente schiacciato dalla rigidità e dalla banalità contenutistica e formale insite nell’operazione. Un dramma privo del mordente necessario.

Voto:
2.5 out of 5.0 stars

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