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Berlinale 76 – il resoconto della conferenza stampa di Michelle Yeoh

Copyright: Richard Hübner

Nel corso della mattinata odierna, l’attrice premio Oscar Michelle Yeoh è stata protagonista di una conferenza stampa presso il Grand Hyatt Hotel di Berlino, sede dei principali eventi dedicata alla stampa per il festival.

La conferenza si è tenuta sulla scia della serata d’apertura della manifestazione, tenutasi ieri sera, in cui la Yeoh ha ricevuto l’Orso d’oro alla carriera, consegnatole da Sean Baker. Per l’occasione, è stato presentato in anteprima mondiale il nuovo corto del regista californiano, con protagonista la diva malaysiana, Sandiwara.

Di seguito, il resoconto della conferenza stampa. Le domande sono indicate dalla lettera D, mentre le dichiarazioni della Yeoh sono indicate dalle sue iniziali (MY).

D: Lei è la prova vivente del fatto che le minoranze possono avere successo a Hollywood. Ha per caso notato se ci sono stati cambiamenti nelle politiche sulla diversità nello studio system negli ultimi anni?

MY: Stiamo sicuramente parlando di una lotta che continua ad andare avanti, certi problemi non vanno via dal giorno alla notte. Sono stata molto fortunata essere parte di film che hanno messo in luce delle comunità minoritarie degli Stati Uniti, come Crazy Rich Asians, un film con un cast completamente asiatico.
In molti erano scettici in merito al casting, ci dicevano: “Avete sbagliato tutto! Ma come, avete preso solo attori asiatici per una rom-com?”. La verità è che non puoi mai predire con esattezza il gusto del pubblico, proprio perché è sempre in evoluzione, proprio come l’industria del cinema. Fare film vuol dire correre dei rischi. E nel nostro lavoro vale sempre la pena di correre dei rischi. Subito dopo ho recitato in Sang Chi e la leggenda dei Dieci Anelli nel Marvel Cinematic Universe (il primo film del MCU ad avere un protagonista asiatico, n.d.r.) e sono convinta che senza questi due successi non saremmo riusciti a realizzare nel 2023 Everything Everywhere All At Once.
Sarò eternamente grata ai “miei Daniels” (i registi Daniel Kwan e Daniel Scheinert), i miei genietti, per essere stati così coraggiosi nel realizzare quel film, fatto di scelte folli sulla carta, da un punto di vista delle scelte attoriali e non solo. La verità è che se oggi sto ritirando un Orso d’oro alla carriera è perché sono stata testarda e sono sempre rimasta lì, fedele a me stessa.

D: Siccome è stata accolta così bene qui a Berlino ieri sera, come si sente a essere qui in Europa e cosa pensa di eventuali future partecipazioni a produzioni europee?

MY: Sono rimasta commossa per l’accoglienza ricevuta qui a Berlino. Ho molti amici nell’ambiente che operano in Europa, tra questi c’è Guillermo del Toro e muoio dalla voglia di recitare per lui da anni ormai. Negli ultimi anni però ho recitato in molti film hollywoodiani prodotti però in Europa, a Praga e Berlino per esempio. Spero che qualche autore europeo sia interessato a propormi dei progetti. (riferendosi ai giornalisti in sala, n.d.r.) Spargete la notizia per piacere (ride, n.d.r.).

D: Ha qualcosa da dichiarare in merito alla situazione politica negli Stati Uniti?

MY: Non sono nella posizione di parlare della politica americana. Preferisco non parlare di quello che non conosco, siccome ci sono alcune dinamiche che non mi sono chiare. Voglio concentrarmi su ciò che conta per tutti noi qui: il cinema. Mi interessa riflettere sul fatto che si dice tanto che il cinema rischia di non durare in questo nuovo mondo. Ma io non ci credo. Quando vai al cinema ti ritagli del tempo per te stesso. Spegni il telefono per guardare qualcosa che hai desiderio di vedere, aprendo il cuore e liberando la mente. È un posto dove stiamo insieme, ridiamo e piangiamo insieme. E importante tenere questa tradizione viva. E credo che siamo qui oggi per onorare questa tradizione.

D: È stata pioniera del cinema di Hong Kong all’inizio della sua carriera. Siccome negli ultimi anni alcune dinamiche politiche hanno reso difficile la produzione industriale di opere cinematografiche lì, che consiglio darebbe all’industria hongkonghese per rinascere e ritrovare sicurezza nei propri mezzi?

MY: Presto molta attenzione a quello che succede a Hong Kong, siccome è il posto in cui ho iniziato la mia carriera e ha un posto nel mio cuore. Credo che abbiano bisogno di resilienza per far emergere nuove voci artistiche. Sa, qui alla Berlinale provano a fare del loro meglio con i registi giovani, grazie alla sezione Panorama, in cui offrono la possibilità di presentare opere prime a tanti artisti. Dobbiamo costruire il futuro su un terreno solido. Spero quindi di tornare a partecipare a prodizioni a Hong Kong. Anzi, spero proprio di tornare a lavorarci quest’anno.

D: So che inizialmente voleva diventare una ballerina. Noto infatti che in molti film sembra che lei stia danzando da sola. Ricordo una scena in cui durante una scena d’azione si lancia contro un vetro mentre combatti con due ragazzi. Ha mai paura sul set? Vuole affrontare la paura?

MY: E rispettoso avere paura, ti aiuta capire meglio le situazioni per affrontarle, quindi la domanda è “hai paura di qualcosa?”. Io ho ansia da palcoscenico, soffro di claustrofobica e di vertigini. Cosa ci faccio qui? (ride, n.d.r.). Penso anche che se non prendi un rischio e provi nulla ha senso.

D: Come è stato lavorare con il cane in EEOAO? Hai un cane?

MY: Non ho tempo nemmeno per me stessa, figuriamoci per un’altra creatura. Quindi non ho un cane perché dovrei lasciarlo sempre solo. È stato incredibile con il cane di Everything Everywhere All At Once. Quando ho letto la sceneggiatura ho pensato che quei registi fossero dei geni o dei folli. Non abbiamo mai cambiato lo script. Abbiamo tenuto tutto insieme. I Daniels sono molto sicuri in questo senso dei loro progetti.

D: Ha sempre cercato film di recitare in film di ottima qualità. Come hafatto a trovare la forza per prendere scelte così forti? Credo sia molto difficile.

MY: La vita è come un battito cardiaco: fa su e giù. Dio maledica le linee piatte. Da giovane ero più spericolata, potete notarlo nei primi film della mia carriera, come Police Story 3: Super Cop di Stanley Tong. Per fare quello che vuoi al meglio, devi essere senza paura, ma spesso il tuo corpo non ascolta ciò che la mente vorrebbe. Agli inizi, venivo molto tutelata per via della giovane età, quindi è come se avessi iniziato a farmi del male soltanto più avanti nel tempo.
Fare un film deve portare gioia nel cuore delle persone, deve intrattenere. Il dolore fisico invece non porta gioia per te e per i tuoi cari. Ricordo che quando realizzai Stunt Woman di Ann Hui, voleva essere il mio modo di omaggiare agli stuntmen. Sono eroi invisibili che rendono grande il cinema, sebbene non vediamo mai i loro volti. Volevo mostrare al pubblico cosa passano questi professionisti.
Sfortunatamente su quel set ebbi un incidente che mi fece tornare coi piedi per terra. Mi resi conto che per fare qualcosa a cui tieni devi comunque farlo in sicurezza. Fui portata di corsa al pronto soccorso, tutti urlavano. Così pensai che forse avrei dovuto tornare sui miei passi in merito alla questione delle coreografie stunt. Oltretutto ero sotto pesanti terapie medicinali che mi resero particolarmente depressa. Decisi che era arrivato il momento di abbandonare il cinema d’azione.
Ricordo che poi, tempo dopo, Quentin Tarantino venne in visita a Hong Kong. Desiderava conoscermi. Insisteva: “Voglio vedere Michelle!”, anche se ero ancora in fase di recupero dall’infortunio e non volevo vedere nessuno.
Ma lui sa essere molto insistente, così venne a trovarmi. Non potevo alzarmi. Prese un cuscino, lo gettò in terra e si stese lì per ore intere.
Passò la giornata a parlare all’infinito del suo amore per i film di Hong Kong, riuscendo anche a recitare a memoria intere sequenze d’azione che avevo recitato. E questa cosa mi ricordò quanto amassi ciò che facevo. Tarantino mi insegnò a riconsiderare il modo in cui avrei dovuto vivere la mia carriera di lì in avanti.

D: Il tuo discorso agli Oscar nel 2023 dimostra che i sogni più grandi possono realizzarsi eccome. Puoi raccontare le difficoltà dell’essere un’attrice asiatica che cerca di farsi notare nel cinema americano?

MY: Quando facemmo Crazy Rich Asians nel 2018 affrontammo molte difficoltà, perché fino ad allora non si erano mai visti film americani con un cast principale interamente asiatico. Quando sono arrivata a Hollwyood mi i produttori mi proponevano sempre di interpretare personaggi asiatici stereotipati. Non capivo perché. Mi chiedevo come avessi fatto a entrare a far parte di una minoranza tutto d’un tratto. Noi asiatici siamo tantissimi negli Stati Uniti. Tuttavia ero costretta a d accettare certi ruoli. Dopodiché ho imparato a dire di no. Rifiutare è molto più complicato di accettare proposte di lavoro alle volte. Ho bisogno di spiegare ai produttori e ai registi perché non ho intenzione di fare questa cosa: noi asiatici non siamo così, quegli stereotipi non sono reali! Voglio che ridiate con noi asiatici e non di noi.
E una cosa che riguarda le minoranze e le diversità in generale. Non siamo nessuno per poter imporre a qualcuno cosa può e cosa non può essere.

D: Siccome lei è riuscita a vincere un Oscar, vorremmo vedere più spesso volti asiatici raggiungere i vertici del cinema mondiale. Penso a Xin Zhilei che ha vinto la Coppa Volpi a Venezia lo scorso anno, per The Sun Rises On Us All. Sono anche interessato al suo ultimo lavoro girato in Cina, Mr. Rubik’s Cube di Bai Xue (in uscita nel corso del 2026, si tratta del ritorno della Yeoh al cinema in lingua cinese, n.d.r.).

MY: Non lavoravo in Cina dal 2018, da quando ho girato Ip Man Legacy – Master Z di  Yuen Wo Ping. L’importante è trovare un equilibrio, perché vorrei lavorare in Cina, in Europa, ma anche a Hollywood. Ma sfortunatamente c’è solo una Michelle, ho bisogno di fare delle scelte per trovare un equilibrio. È stato emozionante tornare a lavorare in Cina, non vedo l’ora di tornare lì a girare, ci andrò la prossima settimana.

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