Presentato il 16 maggio dello scorso anno nella sezione Special Screenings del Festival di Cannes, Arco – Un’amicizia per salvare il futuro di Ugo Bienvenu ha immediatamente fatto rizzare le antenne dei distributori europei e nordamericani, dando vita a una battaglia per acquisirne i diritti internazionali, vinta poi da Neon, colosso del cinema indipendente americano. Grazie alla (solita) solida campagna promozionale firmata dalla compagnia capitanata da Tom Quinn, Arco è riuscito a entrare stabilmente nelle cinquine di praticamente tutti i principali awards americani (e non solo). Domenica, si giocherà l’Oscar al miglior film d’animazione, al fianco dei colossi K-Pop Demon Hunters e Zootropolis 2.
E le ragioni dietro questo incredibile successo di critica, sono da ricondursi al talento cristallino di questo giovane autore (si tratta di un’opera prima).
Arco, che dà il titolo al film per l’appunto, è bambino che viene da un futuro in cui l’umanità, per sopravvivere ai cambiamenti climatici, ha iniziato a costruire la propria sopravvivenza in verticale, edificando case che si innalzano sino al livello delle nuvole: torri di Babele completamente autosufficienti sul piano energetico. Un mondo in cui è possibile viaggiare nel tempo, attraverso dei cristalli che trasformano il corpo di chi li usa in arcobaleni (attraverso una tuta), capaci di sfruttare la luce per tornare indietro attraverso i secoli. La legge del suo mondo vuole che i bambini non volino prima del compimento dei dodici anni di età, ma Arco si ribella al volere della legge e della sua famiglia, rubando il cristallo e il costume di sua sorella, mosso da una curiosità spasmodica. Il viaggio non andrà come previsto, facendo perdere il piccolo nel 2075, quando ancora l’umanità non viveva tra le nuvole.
Qui, fa la conoscenza di Iris, una bambina che vive da sola in casa con suo fratellino neonato Peter e il loro androide domestico, Mikki.
Il mondo…anzi, i mondi concepiti da Bienvenu, formano un caleidoscopio di fobie figlie del XXI secolo, raccontandone gli ultimi due decenni e mezzo di vita. Il dualismo tra il 2075 in cui la maggior parte del film è ambientato e il 3000, partorisce alcune intuizioni, circa l’inevitabile declino dell’umanità. Le famiglie, nel 2075, vivono bardate da ogni sorta di espediente tecnologico che le protegga (in un certo senso le murandole vive) dai catastrofici pericoli naturali che incombono: sistemi protettivi di ultima generazione, generano delle cupole resistenti alle forti precipitazioni attorno agli edifici, quando tifoni, tempeste e incendi si abbattono sulle città. Lo stesso 3000, nei pochi frangenti in cui ci viene mostrato, sottintende una deriva per il genere umano: il futuro si costruisce in verticale, non più in orizzontale. Come a dissimulare la transizione dei contenuti audiovisivi dai formati cinematografici a quelli per dispositivi mobili.
In un frangente storico in cui essere artisti profetici sta iniziando a essere più semplice del consueto (Civil War di Alex Garland è praticamente diventato un documentario, se visto oggi, ad appena due anni dalla sua release), la lucidità di Bienvenu sta nel rigettare ogni forma di profetismo rispetto al futuro remoto e a quello prossimo, delegando ogni forma di caratterizzazione scenografica e paesaggistica alla sua scatenata fantasia. Le ispirazioni ai mondi di Hayao Miyazaki sono evidenti (in particolare ai primi lavori, come Laputa – Castello nel cielo e Nausicaä della Valle del vento), ma questo, più che un virtuosismo, vuole essere uno strumento, proprio come il costume del protagonista: un generatore di luce che proietti un’epoca (cinematografica) dentro un’altra: la nostra.
Ed è qui che subentra un dolcissimo omaggio al cinema Disney: al di là del nome del fratellino di Iris (Peter), Arco non è altro che una rilettura del mito (disneyano) di Peter Pan. Peter, in fin dei conti, è Arco: un bambino stufo di dover attendere il volere dei grandi, che sceglie di adottare una propria, arbitraria, definizione di “adulto”, a costo di tuffarsi in una prova più grande di lui. L’intera storia poi, è quella di una Wendy (Iris) che vorrebbe farsi portare via, verso l’isola che non c’è, da un Peter Pan che non sa più volare, perché, come viene detto in un passaggio cruciale del film: “Non ci sono riuscito, non c’era abbastanza luce”. Non c’è abbastanza luce e forse esprimere un desiderio non è più sufficiente a far volare dei giovani eroi.
E Uncino? Dov’è Capitan Uncino in questa storia? Non c’è spazio per lui. Non c’è spazio per un “maligno” in un racconto che descrive il nostro presente. Perché non possiamo rendere un singolo individuo il capro espiatorio della nostra frustrazione di specie morente. Ciascuno di noi ha il proprio fardello da portare sulle spalle, in questo triste e mesto epilogo.
Possiamo soltanto provare a guardare in alto, cercare di scorgere in quel cielo grigio qualcosa che ne squarci la disperazione. Una scintilla di speranza, proprio come Arco.
4.0 out of 5.0 stars