Nell’universo di Dune, l’umanità ha raggiunto le regioni più remote dello spazio, conquistato la possibilità di attraversare distanze interstellari e sviluppato conoscenze scientifiche capaci di intervenire sulla struttura biologica degli organismi. Eppure, all’interno delle grandi casate imperiali, il potere continua a trasmettersi per successione dinastica, le controversie politiche vengono risolte attraverso guerre feudali e il calcolo, persino nelle sue applicazioni più complesse, rimane affidato a individui addestrati a esercitare facoltà mentali straordinarie. La contraddizione appartiene alle fondamenta dell’universo immaginato da Frank Herbert, che nel 1965 concepisce una civiltà tecnologicamente avanzatissima, ma organizzata secondo strutture politiche e sociali che sembrano provenire da un passato remoto.
Alla base di questa configurazione si trova la Jihad Butleriana, la grande rivolta contro le macchine pensanti che ha radicalmente modificato il percorso della storia umana, imponendo un divieto destinato a sopravvivere nei millenni successivi: ciò che i film di Denis Villeneuve hanno probabilmente faticato a spiegare è che tale Jihad (basterebbe il nome stesso per averne contezza) supera la semplice proibizione delle intelligenze artificiali, poiché investe il rapporto stesso tra conoscenza, autonomia individuale e organizzazione del potere, con il risultato di un futuro nel quale l’innovazione continua a esistere, ma viene indirizzata verso il perfezionamento dell’organismo umano, la manipolazione biologica e la specializzazione delle capacità cognitive, e nel quale la macchina scompare come modello autorizzato di intelligenza artificiale, pur sopravvivendo la sua funzione attraverso gli esseri umani, con la creazione di uno dei più complessi sistemi di dipendenza politica e tecnologica della fantascienza letteraria.
La Jihad Butleriana e la civiltà che rinuncia alle macchine pensanti
La storia della Jihad Butleriana emerge già nelle prime pagine di Dune, attraverso il confronto tra Paul Atreides e la Reverenda Madre Gaius Helen Mohiam: durante la spiegazione del significato della prova del Gom Jabbar, Mohiam rievoca un’epoca nella quale l’umanità aveva progressivamente delegato il pensiero alle macchine, nella speranza che l’automazione potesse liberarla dalle proprie necessità. L’esito, tuttavia, aveva condotto a una forma di dominio esercitata da altri esseri umani attraverso il controllo degli stessi dispositivi tecnologici.
Il riferimento è fondamentale perché il pericolo individuato da Herbert riguarda il trasferimento del potere decisionale e la concentrazione degli strumenti di controllo: la possibilità che una macchina elabori informazioni, prenda decisioni o sostituisca una facoltà umana diventa politicamente problematica quando l’individuo perde la capacità di comprendere e governare il sistema dal quale dipende, ed è in questa prospettiva che deve essere interpretato il principale comandamento derivato dalla Jihad Butleriana, successivamente incorporato nella Bibbia Cattolica Orangista:
«Thou shalt not make a machine in the likeness of a human mind».
La formula proibisce la costruzione di macchine a somiglianza della mente umana, introducendo una distinzione essenziale tra gli strumenti tecnologici e la riproduzione artificiale delle facoltà cognitive. Nell’Imperium continuano infatti a esistere astronavi, scudi personali, sistemi di comunicazione, dispositivi medici e tecnologie militari estremamente sofisticate, per cui l’interdizione riguarda una specifica categoria di macchine e il principio secondo il quale il pensiero umano possa essere sostituito da un sistema artificiale. Allo stesso tempo, il carattere religioso del comandamento rivela la profondità della trasformazione prodotta dalla rivolta: la Jihad non è soltanto il frammento della memoria di un conflitto storico, essendo la sua eredità divenuta parte di un ordine morale condiviso tra gli esseri viventi nel circoscritto (e infinitesimale) sistema imperiale, capace di stabilire quali forme di conoscenza siano legittime e quali debbano essere escluse dalla civiltà. Di fatto, a differenza delle storpiature generate da suo figlio, nei sei romanzi originali Herbert lascia relativamente indeterminati gli avvenimenti specifici della guerra, privilegiandone le conseguenze antropologiche e istituzionali: ciò rende la Jihad Butleriana un’indeterminata cesura nella storia del rapporto tra umanità e tecnologia, dalla quale emerge un modello di sviluppo profondamente differente rispetto alla progressiva automatizzazione del pensiero.
I Mentat e la trasformazione dell’uomo in calcolatore
La rinuncia alle macchine pensanti produce una necessità immediata: individuare sistemi alternativi attraverso cui elaborare informazioni, calcolare probabilità e prendere decisioni complesse: Herbert immagina che questa esigenza favorisca lo sviluppo di scuole specializzate, dedicate al perfezionamento delle facoltà umane attraverso discipline capaci di condurre l’organismo oltre i suoi limiti ordinari. I Mentat (tra le figure meno delineate dei primi due film, in Dune – Parte 2 sono praticamente assenti) rappresentano una delle espressioni più significative di questo processo, esseri umani addestrati a svolgere funzioni analitiche e computazionali che, in una civiltà differente, sarebbero affidate a sistemi informatici. Thufir Hawat, consigliere degli Atreides, costituisce uno degli esempi più riconoscibili di questa specializzazione, poiché il suo talento analitico viene impiegato tanto nella valutazione dei rischi quanto nella costruzione delle strategie di sicurezza, mentre Piter de Vries, Mentat al servizio degli Harkonnen, rappresenta invece la possibilità che le medesime capacità vengano orientate verso la manipolazione, la violenza e il calcolo criminale.
Il paradosso della civiltà post-butleriana risiede allora nel fatto che l’umanità ricostruisce attraverso l’educazione e il condizionamento le funzioni delle macchine che aveva distrutto; i Mentat, insieme alle Bene Gesserit e ai Navigatori della Gilda Spaziale, testimoniano la nascita di un nuovo sistema di specializzazioni, nel quale la conoscenza viene concentrata all’interno di gruppi capaci di trasformare le proprie competenze in potere politico. Il dominio delle macchine lascia così spazio a una civiltà nella quale l’accesso alle capacità umane più avanzate dipende dall’appartenenza a istituzioni esclusive (le elite universitarie medievali, per intenerci), dalle quali vengono amministrati il calcolo, la previsione e persino la possibilità di attraversare l’universo.
Il Medioevo del futuro e la nascita di nuove gerarchie
Il sistema politico dell’Imperium conserva una struttura feudale nella quale l’autorità dell’Imperatore Padiscià convive con il potere delle grandi casate, riunite nel Landsraad, e con gli interessi economici della CHOAM, l’organizzazione che controlla una parte fondamentale delle attività commerciali interplanetarie. La Gilda Spaziale detiene invece il monopolio dei trasporti, esercitando un’influenza determinante sulla possibilità stessa di commerciare, comunicare e condurre operazioni militari tra i diversi pianeti.
Il controllo dell’informazione e delle risorse si distribuisce così attraverso una pluralità di organismi che contribuiscono a mantenere un equilibrio fondato sulla dipendenza reciproca: seguendo un sistema oligopolistico, le casate possiedono eserciti e territori, ma devono ricorrere alla Gilda per attraversare lo spazio; l’autorità imperiale dispone di strumenti militari straordinari, ma rimane vincolata ai rapporti con le altre istituzioni; l’economia dipende dalla Spezia di Arrakis, sostanza indispensabile per le capacità prescienti attraverso cui i Navigatori garantiscono la sicurezza dei viaggi interstellari. La Jihad Butleriana è alla base di questa configurazione, poiché l’abolizione delle macchine pensanti ha favorito la centralità di organismi specializzati, capaci di controllare funzioni indispensabili alla sopravvivenza della civiltà, con la società di Dune che vive in una condizione di avanzamento scientifico estremamente selettivo, dove le innovazioni vengono accettate o respinte in funzione delle strutture di potere che potrebbero modificare: perfino l’organizzazione militare risponde a questa logica, con gli scudi energetici che rendono problematico l’impiego delle armi da fuoco tradizionali, restituendo centralità al combattimento ravvicinato, mentre la disponibilità di armamenti atomici è sottoposta a rigorosi vincoli politici.
Ix, Bene Tleilax e il mercato delle conoscenze proibite
L’esistenza di un divieto non comporta necessariamente la scomparsa delle pratiche che esso intende reprimere. Nell’universo di Dune, il progresso scientifico continua a svilupparsi anche attraverso territori e organizzazioni che operano ai margini dell’ordine imperiale, sfruttando le ambiguità delle proibizioni e la necessità di conservare strumenti tecnologici sempre più sofisticati. Gli Ixiani rappresentano il versante maggiormente associato alla sperimentazione meccanica e informatica, sviluppando dispositivi che, soprattutto nei romanzi successivi, arrivano a mettere in discussione i confini della proibizione butleriana: il loro ruolo permette di comprendere come l’Imperium continui a dipendere da innovazioni che potrebbero alterarne gli equilibri istituzionali, alimentando rapporti commerciali e politici attraversati dalla segretezza.
Differente è la posizione dei Bene Tleilax, la cui ricerca si concentra prevalentemente sulla manipolazione biologica e sulla possibilità di produrre organismi modificati per finalità specifiche; la loro attività introduce una forma di tecnologia che sarà fondamentale per comprendere gli eventi di Dune – Parte 3, tramite la quale il corpo stesso diventa lo strumento dell’innovazione, attraverso pratiche capaci di intervenire sulla riproduzione, sull’identità e sulla continuità dell’esistenza individuale. Tra le loro creazioni più significative figurano i ghola, esseri ricostituiti attraverso procedimenti biologici, e i Danzatori del Volto, individui capaci di modificare il proprio aspetto e imitare altre persone. Scytale, il Danzatore del Volto interpretato da Robert Pattinson in Dune – Parte Tre, rappresenta una delle espressioni più inquietanti di questa ricerca, soprattutto per la capacità di trasformare l’identità in uno strumento di infiltrazione e manipolazione: nel suo caso, la tecnologia riguarda la riconfigurazione dell’organismo e la possibilità di rendere il corpo umano una superficie modificabile. In questo tocca segnalare un evidente problema di Dune: Prophecy, che ha tentato di introdurre il concetto di Danzatore del Volto al più esiguo pubblico della serie HBO, tramite la figura di Francesca; è un tentativo piuttosto raffazzonato, derivante dai libri di Brian Herbert, di dar forma a un concetto estremamente fluido nei libri di Frank Herbert, che ha poco a che fare con il trasformismo visivo e che attiene piuttosto a un tema più ampio di manipolazione biologica e corporale, spaventosa tra le pagine di Messia di Dune, ma pur sempre rispondente a un elemento di fondo: cambiare volto è soltanto il primo passo di una vera e propria trasformazione personalistica del soggetto in altro, tanto da generare una vera e propria tortura visiva per il Danzatore che fa tutt’altro che cambiare e ricambiare volto, assumendo la figura dell’altro talvolta anche per tutta la vita.
Frank Herbert, la cibernetica e la paura del controllo tecnologico
La riflessione di Herbert nasce in un contesto storico nel quale l’informatica e la cibernetica stavano modificando profondamente il rapporto tra esseri umani, sistemi di comunicazione e amministrazione delle informazioni. La pubblicazione di Dune, nel 1965, si colloca dopo l’affermazione delle prime grandi teorie cibernetiche, che avevano trasformato il concetto di controllo attraverso lo studio dei meccanismi di comunicazione e retroazione presenti tanto negli organismi viventi quanto nelle macchine. L’universo post-butleriano può allora essere interpretato alla luce di queste trasformazioni, soprattutto perché Herbert immagina una civiltà che sopprime determinati dispositivi tecnologici senza eliminare le strutture di previsione e controllo che essi avevano reso possibili. A rendere particolarmente significativa questa lettura contribuisce anche l’attività giornalistica dell’autore. In un articolo pubblicato nel 1968 sul San Francisco Sunday Examiner & Chronicle, intitolato 2068 A.D., Herbert immaginava retrospettivamente una rivolta contro i sistemi informatici, i cui archivi erano stati utilizzati per perseguitare individui considerati non conformi alle opinioni della maggioranza; in questo scenario, a distruzione dei computer e la cancellazione dei dati diventavano così la risposta violenta a una forma di controllo esercitata attraverso la centralizzazione delle informazioni.
Il confronto con le intelligenze artificiali contemporanee, che per qualche lettore potrebbe sembrare ardito, introduce senz’altro una prospettiva ulteriore, appartenendo necessariamente a un contesto tecnologico differente da quello conosciuto da Herbert; è chiaro che lo scrittore non potesse figurarsi sistemi generativi attuali, eppure la crescente delega di attività cognitive ai sistemi algoritmici, la concentrazione delle infrastrutture informatiche e la dipendenza da piattaforme capaci di amministrare quantità straordinarie di dati sono temi affrontati a pieno merito dalla riflessione herbertiana, e che rendono nuovamente rilevante la questione posta dalla Jihad Butleriana: quale autonomia conserva l’individuo quando una parte delle proprie facoltà viene trasferita a strumenti il cui funzionamento dipende da organizzazioni esterne? La risposta elaborata dall’universo di Dune rimane profondamente ambigua, poiché la distruzione delle macchine pensanti ha permesso lo sviluppo di capacità umane straordinarie, ma ha pur sempre favorito nuove strutture di monopolio e nuove forme di subordinazione. Che sia, la privazione della libertà individuale, l’unica misura possibile di gestione nell’universo in cui esistiamo?