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Posters & Co. – Bugonia: Yorgos Lanthimos e il volto sotto la superficie del mondo

Posters & Co. – Bugonia: Yorgos Lanthimos e il volto sotto la superficie del mondo

Copyright: Universal Pictures

Un volto rivolto verso l’alto, la bocca dischiusa e uno sguardo che sembra interrogare qualcosa di invisibile, mentre una sostanza rossastra si riversa sulla pelle, interrompendone progressivamente la riconoscibilità. Il poster di Bugonia, realizzato da Vasilis Marmatakis per il film di Yorgos Lanthimos, costruisce la propria immagine attorno a una contraddizione apparentemente elementare: quella tra il volto, luogo privilegiato dell’espressione umana, e una materia maggiormente fluida e intangibile, che sottende alla natura ambigua e mutevole del film stesso, ultimo della produzione del regista greco, sempre più votato a un’internazionalizzazione delle forme e della messa in scena, associata però a una poetica e un’intensità ideologica da sempre netta nella carriera di Yorgos Lanthimos, nonostante la superficie delle opere possa far pensare diversamente. Sangue e miele attraversano la figura di Emma Stone, depositandosi sulla superficie del corpo e sovrapponendo alla sua espressività un secondo ordine di significazione: è proprio la condizione ambigua del volto a rendere particolarmente interessante l’operazione di Marmatakis, storico collaboratore del regista greco, che ha concepito la locandina attorno all’impossibilità di stabilire se l’espressione dell’attrice manifesti disperazione oppure meraviglia. La bocca spalancata, in effetti, sembra anticipare un grido, mentre l’occhio rivolto verso l’alto suggerisce un’esperienza di contemplazione, quasi che ciò che ricade sul corpo possieda simultaneamente i caratteri della rivelazione e della violenza tipici dell’esperienza “aliena” su cui ruota l’oggetto stesso dell’indagine filmica. 

Copyright: Universal Pictures

La stessa composizione accentua questa indeterminatezza, sulla base del volto rasato di Emma Stone – uno degli oggetti mediatici più discussi nel momento delle riprese del film – occupa gran parte della locandina, con la sua disposizione obliqua che ne altera la percezione, mentre la sovrapposizione delle sostanze produce una frammentazione cromatica basata su rosso, giallo e tonalità della pelle, le quali finiscono per contaminarsi reciprocamente. Il risultato è la fluidità di cui sopra, un oggetto che finisce per essere diegetico fin dalla misura stessa dell’immagine, con la materia che attraversa il corpo che richiama l’essenza vischiosa, quasi tattile, dell’ambiguo: è un elemento di grande pregio, che garantisce la percezione visiva del peso e della temperatura, a partire dal solo sguardo verso il poster che supera, dunque, la dimensione bidimensionale del manifesto, eccedendo (quasi in bassorilievo) la sua superficie.

Il rapporto tra sangue e miele trova una corrispondenza particolarmente significativa nella tradizione poetica dalla quale il film ricava il proprio titolo: la bugonia, antica credenza relativa alla generazione spontanea delle api dalla carcassa di un bovino, occupa una posizione importante nel quarto libro delle Georgiche di Virgilio, dove la nascita di nuove forme di vita viene associata alla decomposizione di un organismo precedentemente sacrificato. Il corpo animale diventa così il luogo di una trasformazione paradossale, attraverso la quale la putrefazione, anziché rappresentare il termine definitivo dell’esistenza, si configura come la condizione di una nuova proliferazione. In questa prospettiva, il miele che scorre sul volto di Emma Stone acquista un valore che supera il riferimento immediato al mondo delle api: se il sangue rimanda alla ferita, al sacrificio e alla materia interna dell’organismo, il miele costituisce il prodotto di quella nuova vita che la tradizione della bugonia immaginava generata dal corpo in decomposizione. Le due sostanze, pur appartenendo a momenti differenti del processo, vengono sovrapposte sulla medesima superficie, rendendo simultaneamente visibili la distruzione e ciò che potrebbe derivarne: la morte dell’animale non coincide con una semplice cancellazione, poiché il suo corpo viene immaginato come materia disponibile alla nascita di altri organismi; allo stesso tempo, la rigenerazione non restituisce ciò che è stato sacrificato, ma introduce una forma di vita differente, estranea all’identità precedente.

La crisi dell’identità visiva e della disgregazione del volto si collega direttamente alla struttura narrativa di Bugonia, costruita attorno alla convinzione di Teddy Gatz che Michelle Fuller, potente amministratrice delegata interpretata da Stone, sia in realtà una creatura extraterrestre. Il corpo diventa allora il luogo di una verifica impossibile, attraverso la quale si tenta di raggiungere una verità nascosta sotto l’apparenza umana. La rasatura dei capelli, la manipolazione fisica e l’esposizione del volto partecipano a un processo di spoliazione che dovrebbe rendere riconoscibile ciò che il personaggio nasconde; eppure, proprio la locandina sembra mettere in crisi questa aspirazione conoscitiva: quanto più l’immagine avvicina lo spettatore alla superficie del corpo, tanto meno permette di stabilire la natura di ciò che viene osservato. In questa contraddizione si riconosce una delle questioni fondamentali del cinema di Lanthimos, frequentemente interessato a personaggi che costruiscono sistemi di regole e interpretazioni attraverso cui tentano di ordinare una realtà irriducibile alle loro aspettative. Dal microcosmo familiare di Dogtooth alle relazioni disciplinate di The Lobster, l’esperienza individuale viene continuamente attraversata da dispositivi che pretendono di stabilire cosa sia naturale, accettabile o riconoscibile. In Bugonia, la logica del complotto porta questa tensione all’estremo, trasformando il sospetto in un sistema capace di attribuire significato a qualsiasi elemento osservato.

Anche la tipografia contribuisce a questa costruzione: il titolo, realizzato attraverso il carattere Churchward Roundsquare di Joseph Churchward, introduce una geometria monumentale, composta da forme circolari e spigoli netti che contrastano con l’irregolarità organica del volto. La precisione apparente delle lettere si oppone alla materia instabile che domina il manifesto, producendo un ulteriore confronto tra ordine e deformazione, tra sistemi costruiti artificialmente e processi che sembrano sfuggire al controllo. Il riferimento alla bugonia consente di riconoscere, nella sovrapposizione delle sostanze, la persistenza di un antico immaginario poetico nel quale ogni rigenerazione conserva le tracce di ciò che è stato distrutto.

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