E già dal suo primo feature film Laika sceglie di mostrare i muscoli. Quello che Travis Knight vuole non è uno studiolo indipendente e alternativo destinato ai margini del mercato e ai cortometraggi sperimentali da festival. Knight vuole che Laika diventi il leader nel campo della stop motion in una fase storica, la seconda metà degli anni ’00, in cui il mercato dell’animazione statunitense è sempre più competitivo. Limitandosi al grande schermo, troviamo una Pixar negli ultimi passi della sua fase dorata, dopo quindici anni passati senza aver sbagliato un colpo. Abbiamo una Dreamworks vulcanica e strafottente, che riesce ad aprire Cannes con Kung Fu Panda e a imporre come validi anche i suoi prodotti più sbracati, e abbiamo a seguire i Blue Sky Studios che hanno definitivamente cannibalizzato i vecchi Fox Animation Studios (i quali riescono comunque a sparare il loro ultimo colpo portando I Simpson al cinema) e che faticano a trovare un’identità fortemente riconoscibile, ma i biglietti si vendono comunque. Sempre con Fox, nel 2009 Wes Anderson produce uno dei film in stop motion più dolci e luminosi mai esistiti con Fantastic Mr. Fox. Poi abbiamo Disney, che si trova in una fase di ristrutturazione molto pesante, i primi passi nell’animazione CGI non convincono molto, e la sorella minore Pixar sembra ormai volare alto sopra la testa della casa madre. La missione di Laika è chiarissima. Storie più adulte, un elemento dark fortemente presente, chiamare a raccolta i figli affamati di Tim Burton e della Aardman, ridurre al minimo le strizzatine d’occhio alla contemporaneità e ad un certo tipo di umorismo ammiccante come si fa in Dreamworks. La priorità si dà alla storia, ma soprattutto alla materia. Il loro primo film deve solleticare il tatto quanto la vista e l’udito. E Knight, come Burton prima di lui, affida la regia all’uomo che meglio riesce a gestire un set e una storia del genere: Henry Selick.
Coraline, romanzo scritto da Neil Gaiman e pubblicato per la prima volta nel 2002, sembra particolarmente adatto alla causa. Una storia ad altezza bambino, oscura ma speranzosa, comprensibile e audace, di un autore popolarissimo e in cui le ambientazioni, e gli oggetti, giocano un ruolo fondamentale.
Coraline è una bambina di undici anni appena trasferitasi con la sua famiglia, dal Michigan all’Oregon in una casa sperduta in una landa desolata e nebbiosa. Oltre ai suoi genitori, noncuranti di lei perché troppo impegnati nel loro lavoro di ricerca botanica, il vicinato è popolato da pochi, strambi individui. Improvvisamente la nostra scopre una porticina misteriosa nella parete di camera sua, che la condurrà ad un mondo nascosto, molto simile al suo. Ma più bello, forse…
Le differenze dal materiale di partenza sono minime, non c’era bisogno di stravolgere nulla. Si sposta la storia dall’Inghilterra al caro vecchio Oregon, e si aggiunge un personaggio fondamentale, l’amico troppo petulante, remissivo e disastrato, già dal suo Nome: Wyborn. Coraline è l’ultima emanazione delle mille già esistenti di quell’archetipo di bambina curiosa, avventurosa e coraggiosa che si ficca in situazioni effettivamente più grandi di lei, dall’Alice di Carroll alla Chihiro di Miyazaki. Laika crea la sua mascotte oscura ma amabile, scelta dai bambini che non vogliono arrendersi ad un mondo in cui non si accetta l’oscurità delle fiabe: il capello corvino a caschetto, lo sguardo perennemente dubbioso come solo una bambina di undici anni più diffidente della media può esserlo, l’impermeabile giallo preso in prestito da King, il bastoncino da rabdomante. In mondo industrializzato, la tana del Bianconiglio è scavata nella pietra, non nella terra, l’origine del viaggio della nostra Alice è sempre la noia, dovuta ad un mondo lavorativo che soffoca le vite e la creatività dei suoi genitori senza che essi se ne accorgano, spingendo Coraline a sognare un altro mondo in cui il cibo non è preconfezionato e le mani di suo padre battono i tasti di un pianoforte e non quelli di un computer, pure obsoleto.
Uno degli aspetti meno analizzati di questo film è proprio il rapporto tra antico e moderno, tra materia e digitale, il primo che vive di colori, il secondo di grigiore. Tutto il film, come ogni film realizzato effettivamente in puppet animation, è materico. Ogni set, realizzato a mano su tavoli immensi (ce n’era di spazio rimasto inutilizzato fino ad allora in quegli edifici di Portland), sembra creare un piccolo sottomondo, isolato ma comunicante al tempo stesso con quelli adiacenti. Le varie case, le varie stanze all’interno della stessa casa, i diversi piani, i prati e le pozzanghere che Coraline esplora insieme a Wyborn, agli occhi di un bambino nativo digitale del 2009, sembrano quasi diversi livelli di videogiochi renderizzati singolarmente e da sbloccare man mano. Eppure sono lì, magnetici sia linguisticamente che materialmente (le calamite sono state largamente utilizzate nella costruzione degli effetti di movimento).
Non paghi della sfida produttiva (un film in stop motion di 100 minuti, ben più impegnativo dei canonici 80) e tematica (viene pur sempre messa in discussione l’autorità della genitorialità), Knight cerca una ulteriore sfida tecnologica: in un film il più possibile analogico, si aggiunge l’elemento più digitale e apparentemente futuribile del momento: il 3D, probabilmente al suo miglior utilizzo lontani da Pandora e da James Cameron.
Quel tunnel che parte dalla porticina nel muro, con la profondità del 3D, conduce Coraline nell’Altromondo, e conduce allo stesso tempo lo spettatore verso un futuro ignoto ed oscuro, meraviglioso e tremendo, probabilmente illusorio ma non per questo, ormai, meno reale, quello digitale. Ma, in termini meno ambiziosi, è anche la porta che conduce molti bambini verso una nuova, innovativa, maniera di narrare, di cui vedremo i frutti nei film successivi.