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Ragione e sentimento: una “pièce bien faite” debitrice di Joe Wright

Ragione e sentimento: una “pièce bien faite” debitrice di Joe Wright

Copyright: Universal Pictures Italia

Fin dalle sue prime scene, è evidente quanto questo nuovo adattamento di Ragione e sentimento sia debitore della lezione cinematografica di Joe Wright, che poco più di vent’anni fa portò sullo schermo l’altro grande romanzo di Jane Austen ovvero Orgoglio e pregiudizio. Nel corso del tempo, il film con protagonista Keira Knightley ha acquisito, soprattutto al cospetto del pubblico femminile (target di riferimento anche di Sense and Sensibilty), l’aura del classico. Pertanto, ben venga un’operazione industriale di questo tipo, in cui l’intelligente Georgia Oakley si pone al servizio, in cabina di regia, di un calco sommariamente virtuoso.

Di quel tenero film del 2005 Ragione e sentimento recupera – oltre a un paio di scene pressoché identiche – l’umorismo, quello discreto e affabile che può scaturire da un contesto sociale come quello inglese del periodo georgiano, quando l’apparenza e il bon ton contavano più di ogni cosa. Il riso, dunque, nasce da quegli spiritosi iati tra la sfera pubblica e quella privata o domestica, reale contenitore di tante verità non dette pubblicamente. Allo stesso modo, Oakley ricalca, con esiti più che accettabili, la sontuosità e il manierismo (su scala minore) della messinscena di Joe Wright, prediligendo quadri sufficientemente larghi da incastonare la bellezza paesaggistica della campagna britannica, a sua volta ben esaltata dall’educata fotografia di Arnaud Potier.
Inoltre, come molti melò tratti dai classici della letteratura inglese, anche Ragione e sentimento è un film di appassionate corse tra i prati e di sguardi desideranti e persi a scrutare gli spazi oltre la finestra.

Non a caso, lo spazio è uno degli elementi più importanti che, in sede di sceneggiatura, Diana Reid ha voluto sottolineare all’insegna di un discorso, abbastanza attuale e sicuramente intrigante per gli spettatori più giovani, relativo alle difficoltà insite nelle relazioni a distanza (nel film, amare ed essere amati non può mai prescindere dalla geografia dei luoghi). Sembra, infatti, che Reid abbia voluto passare in rassegna alcune delle casistiche sentimentali più discusse dai giovanissimi sul web: nella pellicola non mancano tracce di ghosting e gaslighting (tutte le malefatte di Willoughby) e neppure alcuni riferimenti, neanche troppo in filigrana, alla friendzone (la relazione “tiremmolla” tra Edward ed Elinor). A destare interessante, tuttavia, è la modalità in cui tali argomenti vengono presentati: mai in modo troppo diretto o sfacciato, ma sempre con discrezione, nobiltà e adeguato rispetto per la materia di base.

La natura di pièce bien faite in seno al gradevolmente modesto Ragione e sentimento rifulge, poi, grazie a un cast attoriale tutto sommato ben assortito. Sebbene Daisy Edgar-Jones non possieda il carisma e i tratti dolci e angelicati di Keira Knightley, riesce a palesare con chiarezza il dramma che si consuma nel cuore di Elinor Dashwood: il carattere della donna, profondamente devoto a una lettura esclusivamente razionale degli eventi della vita, vive in una crisi perenne proprio perché non in grado di abbandonarsi totalmente alla dimensione irrazionale e impulsiva. Da questo punto di vista, la star di Normal People mette al servizio del personaggio tutta la sua figura; il fisico slanciato e il collo pronunciato dell’interprete, congiuntamente al suo bel visino ellittico, connotano Elinor di un peculiare spirito emaciato, dimesso e incline a un’immedesimazione potenzialmente molto diretta da parte delle spettatrici. Tuttavia, quando l’attrice di Twisters deve lasciarsi andare a quell’estrema emotività richiesta dai finali strappalacrime di questo tipo di film emerge qualche limite (ravvisabile, in realtà, anche nella pellicola stessa, la cui regia poteva decisamente osare di più nell’ultima scena).
Accanto a Edgar-Jones, il faccione costantemente sbigottito e da tontolone di George MacKay ben si adatta alla postura psicologica di Edward Ferrars. A stupire, invece, è Esmé Creed-Miles che offre una Marianne Dashwood credibile, appassionante e coerente con il temperamento di un personaggio opposto a quello della sorella Elinor, cioè più incline al “sentimento” che alla “ragione“.

L’opera seconda di Georgia Oakley si pone come una buona alternativa, in termini estetici e di rating, all’altro adattamento, in quel caso da Emily Brontë, di un classico del romanzo inglese dell’Ottocento come Cime tempestose (per dovere di cronaca, non si può tacere la generale superiorità artistica del notevole film di Emerald Fennell) e si attesta, quindi, come una riuscita, tenera e delicata storia di amori e sorellanza, ben conscia dei propri obiettivi, del proprio pubblico e del mediascape in cui si inserisce.
E questo basta e avanza.

Voto:
3.0 out of 5.0 stars

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