Nella ventosa notte della Croisette è arrivato il nuovo film di Yeon Sang-Ho, che dopo i successi di Train to Busan e Peninsula torna a frequentare il suo amato filone dello zombie-movie. Colony (Gun-Che), presentato come Midnight Screening fuori concorso alla 79esima edizione del Festival di Cannes, ha tutti i topoi dell’action horror con i non-morti: un’epidemia, una sola struttura in cui ambientare il racconto e in cui i protagonisti risultano bloccati e assediati dall’orda degli infetti e un vago sottotesto di critica sociale (la difficoltà nell’instaurare un dialogo autentico tra le persone, in un mondo immerso in forme di comunicazione eccessivamente mediate e quindi spesso fasulle) per legittimare, metaforizzandolo, un sottogenere solo apparentemente di puro escapismo.
Yeon firma un’opera piuttosto divertente e ben riuscita sul fronte tecnico: le scene action sono accattivanti, soprattutto per quanto concerne lo sfruttamento degli spazi chiusi, e alcune coreografie risultano abbastanza ispirate (si veda il gorgo di infetti ripreso in plongée sul finale). A ciò si aggiungono alcune spassose incursioni nel filone del body-horror, con buffi ammassi di corpi fusi in deliranti blob di carne putrefatta.
Colony è consapevole dei propri cliché e delle sue pacchiane bizzarrie (il villain si muove e si comporta come se fosse uscito da un anime); pertanto, è un peccato che il film finisca per essere fortemente limitato dalla sua durata eccessiva, definibile fluviale se contestualizzata ai contenuti e agli intenti – legittimamente modesti – dell’opera. Il divertimento si consuma presto e quello che resta al pubblico sono due ore abbondanti di corse e grida, colluttazioni e tediose pause per ricapitolare gli ultimi eventi della trama in modo da farla proseguire videoludicamente di livello in livello.
A tratti una strana versione cheap (si vedano le immancabili scimmie infette realizzate in CGI) e splatter (sangue e vomito non mancano) di Pluribus, la pellicola di Yeon non colpisce mai davvero nel segno e non può far altro che godere della propria stessa essenza, ovvero un rocambolesco divertimento fine a sé stesso, in grado di accendere nel pubblico solo delle risate già manifestatesi davanti a tanti, tanti altri film come questo.
Il prevedibile e programmatico cliffhanger finale lascia presagire ulteriori sviluppi narrativi e un’ipotetica saga all’orizzonte. Chissà se la prossima volta il regista intraprenderà la via della brevità e della sintesi, due virtù che nel cinema contemporaneo, specie quello destinato al consumo di massa, sembrano essere state dimenticate o smarrite.
Voto:
2.5 out of 5.0 stars