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Same as it ever was – Troy Baker al Comicon di Napoli 2026

Foto: Napoli Comicon

Il mondo del cinema e quello del gaming hanno dialogato a distanza per tanto tempo, soprattutto sulla base di possibili adattamenti o di rimandi che ne “ibridassero” le forme. Poi c’è stata, inevitabilmente, una nuova ondata interattiva, determinata soprattutto dall’insorgere di grandi menti che hanno plagiato le forme del videogioco, ne hanno ridefinito le interfacce; Troy Baker, un attore che potremmo definire “il Robert De Niro dei videogiochi” non solo per il suo estremo talento, ma anche per la capacità di lavorare con grandi menti e a (decine di) titoli che hanno fatto la storia dell’Ottava Arte, può essere definito come il trait d’union tra due mondi mai così vicini e in comunicazione tra loro.

Nell’ambito dell’incontro organizzato nella giornata del primo maggio al Comicon di Napoli, mediato da Eva Carducci, il voice-actor americano che ha dato vita ad autentici personaggi di culto come Joel in The Last of Us Higgs nella saga di Death Stranding e Indiana Jones ne L’antico cerchio, sembra portare con sé questa lezione: il panel verte sul confine sempre più labile che c’è tra i linguaggi, ma allo stesso tempo anche sulla difficoltà di inquadrare in maniera netta quei volti che porta sullo schermo. Ed è per questo che il tutto verte, innanzitutto, su un interrogativo necessario: come si entra in un immaginario così tanto complesso per riuscire a creare dei personaggi immortali?

La chiave si ritrova nel “perdere sé stessi”: Troy Baker ha raccontato che quando gli viene detto che “non è riconoscibile” dietro un personaggio, quello è il più grande complimento possibile; innanzitutto poiché il videogiocatore vuole conoscere il personaggio, le sue intenzioni, la sua storia e non (necessariamente) l’interpretazione che lo genera o il sistema di pensieri della persona dietro il personaggio. Ed è per questo che ha smesso anche di fare playback nella sua carriera (la pratica che porta l’attore, in genere in mo-cap, a riguardare la scena appena girata prima delle indicazioni del regista), nel momento in cui ha iniziato a collaborare con Neil Druckmann per The Last of Us, “fidandosi” del suo giudizio e lasciando che la sua opinione personale sul personaggio (dunque su di sé) non fosse più forte della percezione, e della resa attoriale, che si ritrova dietro al medesimo. Il ruolo dei registi, nella carriera di Troy Baker, è fondamentale anche per un altro motivo: poter confrontarsi con mondi totalmente distanti tra loro non solo per narrazione o tematizzazione, ma anche per approccio.

Nel collaborare con Hideo Kojima per Death Stranding e Death Stranding 2: On the Beach, per esempio, si è confrontato con set chirurgici, in cui la scena era perfettamente confezionata anche dal punto di vista degli storyboard presenti a guidare l’azione; intanto, però, il regista lascia che l’attore sia attore e, con il suo “action”, dà vita alla scena attendendo che sia la persona dietro al personaggio a costruire una nuova verità per quest’ultimo. L’interprete di Higgs ha raccontato un antefatto riguardante una frase presente in Death Stranding 2, pronunciata dal suo personaggio nell’ambito di uno degli incontri con Sam Porter-Bridges: l’attore, che avrebbe dovuto esclamare “Same as it ever was!”, ha incanalato, scimmiottando Sua Maestà David Byrne, l’esperienza e quei tic del leader dei Talking Heads nella performance di Once in a Lifetime, pronunciando la battuta proprio allo stesso modo e non dovendo rifare la scena, poiché Kojima aveva apprezzato che ci fosse stata una personalizzazione ulteriore del ruolo.

Spazio anche al confronto tra cinema, televisione e videogioco: dal momento in cui dialogano tra loro in maniera così precisa, sarebbe impensabile immaginare un confronto o un paragone tra cosa è meglio o peggio, per cui è importante riconoscere come sia nel fruitore (che ha anche l’onere di conoscere le ragioni di un personaggio, la sua psicologia e le sue azioni, che non appartiene all’attore nel momento in cui dà loro vita, dice) la capacità di scegliere quale linguaggio prediligere.

Sua moglie, per esempio, ama guardare film e scegliere di lasciarsi travolgere da una storia disperata o drammatica, Troy Baker preferisce invece videogiocatore e guidare anche i suoi stessi personaggi, definendosi nerd. Eppure, alcune storie sono più importanti dei media per i quali sono pensate, ed è per questo – spiega – che si è sentita l’esigenza di portare, a un pubblico di non videogiocatori, la storia di Joel ed Ellie sul piccolo schermo con la serie di The Last of Us per HBO.

Il tema del panel si è aperto, e gran parte dell’incontro ha poggiato proprio su tali indirizzi, con il senso del “villain” nella storia videoludica: Troy Baker ama chiamarli antagonisti e non nemici, poiché trattasi di “eroi della propria storia”, mossi da un proprio sistema di ragioni e dall’interpretazione di eventi con cui il videogiocatore dialoga, soprattutto in termini di empatia. Le mani alzate (tutte, n.d.r.) alla domanda “Chi tra i presenti in sala ha giocato a The Last of Us 2?” si sono allora confrontate con l’annoso interrogativo di sempre: Joel è un eroe? È un antagonista? È entrambe le cose?

In una carriera particolarmente variegata e ricca di interpretazioni, c’è anche spazio per ricreare (umanizzandola maggiormente) la figura di Indiana Jones, di cui porta con sé un tatuaggio, ed è proprio nella dimensione delle turbe, delle nevrosi, del sistema di credenze non inquadrabile in un bianco o nero ma solo in una profonda scala di grigi – parafrasando quanto detto dalla Carducci – che si identifica l’enorme lavoro dell’attore. Che, per inciso, ama doppiare (il suo ruolo più recente è in Mouse: P.I. For Hire), ma adora in maniera ancor più marcata il mocap e le interpretazioni su set. Chiosa finale per la domanda di rito, con Baker che svia domande sul futuro: non c’è un ruolo che ha già deciso di riprendere, o un sogno che dovrà concretizzarsi, ma soltanto la necessità di prendersi del tempo e scegliere il prossimo grande personaggio a cui dar vita.

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