C’è un, unico, motivo di merito in Il Diavolo veste Prada 2: avviare il film come se tutto fosse convenzionalmente dato, come se il mondo della moda che racconta fosse quello che viviamo ogni giorno, come se il tempo non fosse mai passato da quel cult del 2006 di cui ancora tanto si parla. Brevissima scena allo specchio di Anne Hathaway, logo del film e pronti, via! nel marasma generale del calderone, come se Il Diavolo veste Prada 2 sia una sorta di late show in cui connettere senza soluzione di continuità più sketch, inframezzati da qualche pubblicità, con ospitate varie, per la semplice ricerca di pubblico pagante.
Ora, chi scrive non è certo un hater dei meccanismi di industria su cui regge ogni impalcatura del cinema – anche quella che porta a recensire, ad esempio -, ma mal digerisce una componente su tutte, che si lega a tantissimi prodotti anche di matrice Marvel o, per tenersi larghi, Disney: l’assenza spiccata, e dichiarata, di idee che si trovino dietro il cinema e l’ancor più marcata e manifesta volontà di creare prodotti solo ed esclusivamente per logiche di consumo. Poiché di questo si parla, a ben vedere, se si dà uno sguardo a Il Diavolo veste Prada 2 che esuli dal riconoscere ed eccitarsi per questa o quella borsa, questo o quell’abito, questo o quel cameo: una sequela gratuita di eventi che non hanno alcuno scopo (e alcun senso), ma posti in essere per sole logiche di commercio facilone e di appiattimento quanto più possibile aggressivo dello spettatore, affinché – di fatto – non abbia nulla di cui parlare se non di elementi (borse, abiti, cameo) che non hanno a che fare col film.
Il mondo posticcio del film, allora, si arricchisce del più grande caos possibile di brand e marchi che ne saturano l’essenza, tanto che è praticamente impossibile proseguire se non immersi in un ideale album di figurine all’interno del quale attaccare marchi di ogni sorta. Una delle caratteristiche intrinseche del primo film era, nella sua proposta di un racconto graffiante del mondo della moda e dell’industria, la capacità di dare fastidio alla moda stessa, tanto che Valentino era stato l’unico che aveva deciso di far parlare di sé, pur con un certo scherno, nel lungometraggio là dove tutti gli altri non ne avevano voluto far parte: adesso, evidentemente, la condizione si ribalta, il terreno è già particolarmente spianato e fertile da garantire una condotta molto più controllata, nella quale dedicare un piccolissimo spazio – come se ci si trovasse all’interno di un grande Expo – a questo o quel brand, non importa se di lusso o retail. La situazione diventa ancor più sovrabbondante se pensiamo che non è la sola moda a essere presente all’interno del film: David Fincher intuiva che in Fight Club ogni scena potesse essere accompagnata da un bicchiere di Starbucks per sottolineare quanto il consumismo imperversa sibilmente nelle nostre vite, e a quanto pare Il Diavolo veste Prada 2 accoglie la lezione, pur non comprendendo nessuna delle sue componenti, inserendo lattine di Diet Coke qua e là, ad accompagnare qualsiasi dialogo di tutto il film.
A proposito di dialoghi: ci si rende conto di quando una sceneggiatura è scritta in maniera totalmente sbagliata nel momento in cui anche l’interazione tra due personaggi non è soltanto piuttosto banale, ma addirittura deleteria per quello che potrebbe essere il messaggio del film, tanto che in questo lungometraggio sostanzialmente il mondo della moda non viene mostrato (se non per quanto riguarda qualche sfilata), ma viene anche banalizzato creando un effetto respingente, cioè esattamente l’opposto di quanto il primo cult del 2006 fosse stato in grado di fare, avvicinando molte persone a un mondo che sembrava totalmente inaccessibile nella percezione comune. Il lettore si sarà chiesto perché non si sta parlando, effettivamente, del film in quanto tale: la risposta è, c’è un film?
La sensazione è che Il diavolo veste Prada 2 sia semplicemente un grandissimo contenitore di spot, cameo, brand, citazioni ad altro, ester-egg così tanto aggressivi da far sembrare l’ultima fase del Marvel Cinematic Universe una manna dal cielo in termini di narrazioni e temi; un film votato solo ed esclusivamente a far muovere il dito, in stile Leonardo DiCaprio, per dimostrare di aver riconosciuto una qualche citazione ad altro o un’immagine qualsiasi di capo d’abbigliamento di lusso. In tutto ciò, anche i cameo sono gestiti in maniera orribile, come nel caso di Donatella Versace o addirittura Karl Anthony Towns, che quantomeno avrà regalato qualche risata genuina agli amanti del basket, e in questo, ha detto, la Marvel è decisamente più brava. E sorprende quanto attori di grande calibro, ma che evidentemente percepiscono il progetto come una piccola parentesi nella propria agenda degli impegni, possano recitare male, a dimostrazione di una direzione degli attori totalmente assente che si accompagna a un ancor più funambolica gestione delle riprese, le quali si abbandonano a zoom, droni e raccordi caotici nelle scene più movimentate. Un modo basso, davvero basso, di fare cinema come pochi altri esempi degli ultimi anni della storia del cinema hanno dimostrato.
Voto:
1.0 out of 5.0 stars