Michael di Antoine Fuqua testimonia una volta e per tutte i limiti di questo inesauribile (ainoi) cineasta, autore di autentici cult generazionali come Training Day e The Equalizer. Il biopic dedicato al Re del Pop riesce in un’impresa apparentemente impossibile: non far brillare MJ, mai.
I problemi del costosissimo film prodotto da Graham King (The Departed, Bohemian Rhapsody) per conto di Universal, nascono proprio da un intricato discorso di luci e ombre: cosa stiamo scegliendo di evidenziare e cosa stiamo invece tenendo alla larga dai riflettori?
Questo perché Michael, a conti fatti, sembra esser… è, a tutti gli effetti, un lungo comunicato stampa (filmato) con cui gli eredi di Michael Jackson (oltre ai detentori del suo marchio d’immagine e discografico) forniscono al pubblico di affezionati e non, delle “versioni ufficiali” circa le più celebri dicerie e leggende metropolitane che ruotano attorno all’artista.
Per intenderci: sì, in Michael si parla anche di Neverland, che per certi versi è solo la punta dell’iceberg.
Il Michael interpretato (discretamente) da suo nipote Jafar Jackson viene raccontato come un giovane uomo con evidenti disturbi psichiatrici, dovuti agli abusi psicologici e fisici che ha dovuto subire sin da piccolo; abusi riconducibili a suo padre Joe, storico manager dei Jackson 5. Michael non ha a che fare con altri umani al di fuori della sua sfera familiare e dei suoi animali domestici; dialoga con la sua scimmietta Bubbles e il suo lama, passando anche per una curiosa giraffa; a oltre vent’anni nella sua cameretta dimorano centinaia di peluche di personaggi Disney (e non); non ha praticamente interazioni con persone della sua età; è morbosamente affascinato dall’infanzia, al punto da riuscire a essere sé stesso soltanto in presenza di bambini (spesso, nel film, fa visita a dei piccoli pazienti oncologici in ospedale); è ossessionato da Peter Pan e dall’Isola che non c’è (in inglese Neverland), sostenendo di “andarci sempre” con la fantasia, per evadere dalla realtà.
Insomma, la preoccupazione principale di questo progetto, apparentemente, era quella di giustificare (qualora ce ne fosse stato bisogno) Michael Jackson rispetto al suo rapporto con l’infanzia e con i minori, come a voler sfruttare l’evento cinematografico per chiarire che le accuse di pedofilia mosse verso il cantautore sono infondate perché il vero bambino (Peter Pan) è fondamentalmente lui.
Tutto questo, si riconduce a un concetto: ambiguità. Michael è un film ambiguo, dall’inizio alla fine. Proprio in virtù di certe situazioni, che sembrano (sembrano, ci tengo a ribadirlo, siccome stiamo parlando di un cinema ambiguo) strizzare l’occhio a certe teorie legate alla vita privata di Jackson. Lo stesso discorso lo si può applicare all’annosa questione del colore della sua pelle. Fuqua sembra dimenticare (sempre che ne sia stato mai a conoscenza) che al cinema, ogni immagine può, semioticamente, avere o assumere un significato ben preciso, ed è compito del regista designare certi significati, senza che le immagini lo facciano da loro, anarchicamente. Pertanto, la scelta di accennare alla malattia che sta iniziando a schiarire la pelle di Michael, nel momento del film in cui il giovane artista sta raggiungendo l’apice del successo discografico, sembra quasi sottintendere che stia diventando fisicamente bianco, in seguito al suo imborghesimento. Al contrario del padre, che invece incarna uno stereotipico afroamericano che investe le proprie risorse infinite in pacchianerie di ogni sorta (gioielli, oggetti di arredamento, vestaglie ricamate su misura).
Lo ribadisco: il film è ambiguo proprio perché certi discorsi suggeriscono significati, abbandonandoli spesso a loro stessi, come a voler invitare il pubblico a “fare da sé”.
Passando a discorsi più superficiali (di superficie, si intende), il film non riesce neanche a costruire le proprie fortune su una struttura narrativa solida, condita da scene madri semplici ed efficaci che fungano da appiglio per il pubblico generalista e di fan. Per intenderci, per quanto possa sembrare assurdo, nella sua oscenità di fondo, Bohemian Rhapsody, aveva le sue 4/5 scene madri ben confezionate (per lo spettatore della domenica, che ascolta sporadicamente i Queen). Michael non le ha. Avesse dalla sua quantomeno una regia ispirata nella gestione delle innumerevoli scene musicali. Purtroppo manca anche quella.
E ci voleva un autentico maestro della cialtroneria per rendere soporifero il live di Wembley del 1988 (quello del Bad Tour), santo iddio!
Voto:
1.5 out of 5.0 stars