Hong Sang-soo è senza ombra di dubbio uno dei più assidui frequentatori della Berlinale, kermesse dove ha vinto numerosi premi, soprattutto negli ultimi anni. Per quanta riguarda la 76esima edizione del festival tedesco, il suo nuovo film The Days She Returns (Geunyeoga doraon nal) è stato inserito nella sezione Panorama, di solito destinata alle nuove scoperte. Se in un primo momento tale collocazione può sembrare fuori luogo, dopo aver visto la pellicola si è in grado – seppur ancora con qualche dubbio, considerata la qualità del prodotto – quantomeno di ipotizzare che la decisione sia stata presa per la natura forse troppo televisiva e poco cinematografica del film (soprattutto rispetto alle ultime opere del maestro sudcoreano).
The Day She Returns racconta in cinque capitoli il ritorno sulle scene dopo diciotto anni dell’attrice Bae Jeongsu (una spiritosa ed elegante Song Seon-mi, fedele interprete per il regista da almeno vent’anni) che, in occasione dell’uscita del suo nuovo film, è costretta a rilasciare tre interviste e poi, sollecitata della propria acting coach, a trascriverle a memoria e a recitarle.
Il film contiene tutti i soliti temi di Hong: il dialogo come messa alla prova dei limiti del linguaggio stesso, il lavoro dell’attore, le relazioni umane, il trascorrere del tempo. Allo stesso modo, non manca il solito e raffinatissimo stile dell’autore: longtake ripresi in macchina fissa e movimentati esclusivamente dall’uso dello zoom (nella pellicola ne è presente uno solo) con i soggetti posti sempre al centro del quadro.
Un po’ sulla falsa riga di Right Now, Wrong Then, Hong si interroga nuovamente sul significato del dialogo come momento maieutico tra gli interlocutori e come risultato variabile di infinite combinazioni di parole e affetti. L’attrice concede un’intervista a tre giornalisti differenti; ogni volta la conversazione è allo stesso tempo uguale e diversa, colta nel suo galleggiamento sulle acque della somiglianza. A seconda dell’intervistatore, la protagonista offre delle risposte diverse alle domande oppure giunge alle medesime conclusioni, ma sfumando leggermente il senso in base al diverso tono adottato.
Nel primo blocco, i toni della pellicola trasfigurano agevolmente dal drammatico al comico (come attesta la ricorrente gag sulla birra tedesca), mentre in mezzo si sviluppa il mistero deile emozioni. Nella seconda parte, invece, lo scenario è quello di un’acuta indagine intellettuale sul significato della pratica del reenactment, con l’attrice incapace di ricordarsi le battute, che altro non sono i dialoghi autentici delle interviste che ha da poco rilasciato. Come se il pensiero non riuscisse a contenere tutto il tempo trascorso lontano dai riflettori.
A scandire la sintassi narrativa del film e la successione dei vari capitoli, sono dei brevi inserti in esterni, in cui l’attrice fuma una sigaretta elettronica (sintomo dello zeitgeist). Accompagnati da una seducente musica di ukulele (composta dal regista stesso), risultano momenti di grande poesia e introspezione, delicati e magici.
Giocando sul rapporto tra verità e bugia e realtà e finzione, Hong Sang-soo confeziona un prodotto evidentemente molto vicino a tante altre gemme della sua prolifica carriera. Tuttavia, non per questo si tratta di un film meno bello, tanto che avrebbe sicuramente meritato un posto nel concorso ufficiale, anche considerata la bassa qualità media dello stesso.
Voto:
3.5 out of 5.0 stars