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Berlinale 76 – At the Sea: il blando dramma post-rehab di Mundruczó e Amy Adams
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Berlinale 76 – At the Sea: il blando dramma post-rehab di Mundruczó e Amy Adams

Copyright: ATS Production LLC

È ormai evidente che il talentuoso regista Kornél Mundruczó sia decisamente più a suo agio con ii buon vecchio cinema d’autore europeo (White God – Sinfonia per Hagen, Quel giorno tu sarai) che con la sua versione star-vehicle in lingua inglese. L’aveva già affermato vigorosamente il fallimento di Pieces of a Woman con Vanessa Kirby e ora lo conferma ancor più vistosamente At the Sea, il suo nuovo film con protagonista Amy Adams e presentato in concorso alla Berlinale 76.

Laura (Adams) ha appena terminato il suo percorso di rehab in seguito alla dipendenza da alcolici e, una volta rientrata a casa dal marito Martin (Murray Bartlett), dalla figlia adolescente Josie (Chloe East) e dal piccolo Felix (Redding L. Munsell), tenta di ricostruire la propria quotidianità. In passato ballerina e ora direttrice della compagnia di danza del padre defunto, la sua mente e, purtroppo, anche il pubblico è tormentata dai ricordi e dai rimorsi.

Adagiandosi su una irritante e blanda narrazione a flash, condita malauguratamente da pedissequi inserti metaforici (su tutti gli aquiloni simbolo di libertà e le ridondanti scene di danza in cui Laura rivede se stessa da bambina), la pellicola prosegue inerte tra personaggi inutilmente insopportabili e senza alcuna stratificazione contenutistica.

L’unica intuizione intrigante del regista ungherese rimane lo sguardo adottato per osservare il corpo over 50 di Amy Adams – comunque sufficientemente in parte, nonostante i limiti della scrittura del suo personaggio –, la cui delicata flaccidità è rappresentata senza alcun timore e la cui gestualità articolare riesce a fornire un’adeguata narrazione anatomica dei traumi passati di Laura.

Non sapendo a quale percorso tematico dedicare più attenzione, At the Sea vaga confusamente tra lo studio di un personaggio in chiave naturalista e la disamina politica sui ruoli di genere. In entrambi i casi, il progetto non centra i suoi obiettivi, risultando da un lato troppo vago nella descrizione dei caratteri e dall’altro troppo programmatico, tanto da risultare un edificio narrativo di slogan e nient’altro.

Come se non bastasse, il finale impone l’ennesima metafora non richiesta e risolve i conflitti tra i membri della famiglia protagonista con sufficienza e frettolosità. Il primo piano di Amy Adams che quasi guarda in macchina, poi, è lo smacco finale di una pellicola troppo blanda e di cui si salvano solo alcune idee, ben lontane da essere concretizzate in una forma estetica appagante.

Voto:
2.5 out of 5.0 stars

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