Un software di intelligenza artificiale particolarmente avanzato e promosso in un futuribile stato di polizia, interpretato da Rebecca Ferguson, compie processi in 90 minuti, nei quali chi è accusato ha la possibilità di scendere al di sotto del 92% di colpevolezza, utilizzando tutti gli strumenti a disposizione per evitare una sentenza che avverrebbe oltre ogni ragionevole dubbio. Il software mette a disposizione un intricato sistema tecnologico, a interfaccia multisensoriale, che permette di accedere a file, contatti, chiamate e anche di decriptare l’altrui privacy pur di dimostrare la propria innocenza: quando però “si rende conto” (espressione tutt’altro che felice, ma che segue la svolta narrativa dell’opera con Chris Pratt) che l’intelligenza artificiale non basta, ma che a volte è necessario anche l’istinto, inizia ad andare in blocco e si schiera dalla parte del protagonista, aiutandolo affinché possa abbattere quel sistema fallimentare di cui fa parte.
Questo è, in sintesi, non soltanto il nucleo narrativo di Mercy – Sotto accusa, ma anche il modo in cui il cinema parla di intelligenza artificiale. Il giudizio di chi scrive sul film, che muove (nonostante il clima da finta distopia iniziale) da propositi di AI-enthusiasm (un po’ come si faceva anche nel recente War of the Worlds, dove un drone Amazon salvava il mondo, con il film che è stato giustamente massacrato dalla critica), non è tanto rilevante a proposito di un presupposto molto più ampio: Mercy non è il primo, e probabilmente non sarà l’ultimo, film che parla di intelligenza artificiale non conoscendo minimamente il tema, e riducendo l’intera portata del racconto a una piatta estetica della fantascienza per dar spazio a contenuti melò di dubbio gusto. Pur con qualche picco che non può essere sottovalutato, in effetti, lo sguardo cinematografico verso l’intelligenza artificiale fino a ora mostrato risulta ancora piuttosto antropocentrico, soprattutto nella misura di una rappresentazione che tende a restituire (per mezzo del software di turno) un connotato di ragionamento, interpretazione, produzione emotiva. Lo anticipiamo, naturalmente, per evitare un’incomprensione di fondo: il cinema risponde a delle logiche narrative, di messa in scena e di tematizzazione che, soprattutto in determinate tipologie di lavoro, necessitano di scandire la realtà attraverso processi di semplificazione. Insomma, non vorremmo che il cinema fosse l’equivalente di un lavoro di saggistica; tuttavia, la sensazione risultante è quella di una realtà artistica che non è ancora riuscita a inquadrare realmente i connotati di un sistema molto meno tecnologico e fantascientifico di quanto si tende a immaginare; un sistema, soprattutto, che non ragiona affatto.
Un caso straordinario che merita considerazione è quello di Her, il film di Spike Jonze con Joaquin Phoenix che da molti è ritenuto anticipatorio rispetto alle dinamiche di amore o relazione con un sistema di intelligenza artificiale: per chi scrive, l’unica forma di concreta anticipazione che il film ha saputo fornire è quella di un rapporto (comunque) verticale che si genera tra il possessore (Phoenix) e il posseduto (il software interpretato dalla Johansson), in cui una (non prevista?) dinamica patriarcale di controllo tende a individuarsi nell’opera quando l’uomo si illude che, dall’altro lato, ci sia un modello che risponde specificamente e unicamente alla sua volontà emotiva, corporale o addirittura sessuale. Esistono, del resto, studi che dimostrano come il rapporto con le intelligenze artificiali generative sia molto spesso esemplificativo delle dinamiche di potere: dalla scelta di una voce femminile al tono utilizzato con i chatbot, passando per l’illusione che si possa fare e chiedere ciò che si vuole, passando per il carattere prettamente “servile” del software che asseconda numerose formule di comando verticale. Anche Her cade, però, nel tranello di trasformare la voce che si ascolta in un contenitore vuoto di bieca umanizzazione del modello, da far addirittura eccitare a comando: è una prospettiva debole, che del resto serve semplicemente a condurre verso (ancora una volta) il solito dramma maschile dell’abbandono, della solitudine e del non corrisposto.
Ma non è di specifici film che si vuol parlare, per quanto di esempi ne esistano numerosi: il punto nevralgico del discorso è che non esiste un’intelligenza artificiale che pensi, che formuli una supposizione emotiva, che agisca sulla base di un connotato morale squisitamente umano: la storia della comunicazione dell’uomo verso altre (ipotetiche) civiltà, anche quella artificiale, dimostra sempre una volontà ferrea di dominazione del mezzo, come se questo potesse rispondere alle medesime logiche sulla cui base si fonda l’intera civiltà umana. A ben vedere, e si comprende benissimo quanto il tema potrebbe essere noioso ma la realtà non è sempre così eccitante, l’intelligenza artificiale (soprattutto se generativa) è un mero processo statistico, fondato sulla reiterazione di token (porzioni di testo, di codice, di numeri o di un qualsiasi elemento unitario in un corpus globale) selezionati sulla base della possibilità statistica che si trovino in un dato punto. Una catena markoviana, il processo matematico che ne regola i funzionamenti, stabilisce che dopo “cane” in una frase è molto più probabile che ci sia “abbaia” rispetto che “elucubra” (volendo semplificare all’osso un processo algoritmico), per cui ogni responso o messaggio di un modello AI sarà formulato esattamente in questo modo.
Nient’altro: non esistono sentimenti, ragionamenti, comprensioni, né possibili cambi di scenario, poiché stravolgere una realtà predetta vorrebbe dire mutare totalmente il suo assetto statistico, da cui del resto attinge qualsiasi software AI.
Piuttosto, ed è per questo che si citava lo “stato di polizia” all’inizio di questo articolo, sarebbe bene tornare al passato e a studi che l’intelligenza artificiale non la prevedevano, almeno non in termini concreti, ma che ne hanno saputo preconizzare la forma di adozione nella società: il tema della sorveglianza, dell’assoggettamento dell’essere umano, della sua riduzione a fenomeno datificato, del patto deliberato (ma forse neanche tanto) tra ogni umano e lo strumento di cui si serve, che si fonda sulla totale e bonaria cessione di ogni segmento comportamentale, sociale, statistico di sé, in cambio di un utilizzo libero di alcuni strumenti. Forse, allora, il modo più illuminante di portare sullo schermo l’intelligenza artificiale arriva da Pluribus, non a caso ritenuta noiosa da numerosi spettatori e addetti ai lavori: la catastrofe non è mai manifesta, violenta o battagliera, così come il teatro di scontro non è quello della città in fiamme o del “mondo sul filo”. Il mondo totalmente plagiato dell’intelligenza artificiale di Pluribus è paradossalmente felice e pacifico: questi sentimenti, tuttavia, si fondano su una totale (e in alcuni casi volontaria) cessione di ogni connotato di individualità, che converge in un’unica mente unitaria che ragiona attraverso fenomeni di people pleasing, interpretazione letterale (la statistica non intercetta le ambiguità, e gran parte dei bias dei software AI si fonda sui doppi sensi, sull’ironia e su tutto ciò che non è statisticamente rilevante), assenza di giudizio o di qualsivoglia forma di comprensione.
Da tutto ciò, che sullo schermo viene portato da un mostro sacro come Vince Gilligan, il cinema sembra ancora lontano. Ma forse c’è margine per recuperare, a patto che si smetta di credere che il cambiamento appartenga a una prospettiva futura, violenta e battagliera.