Manca praticamente un anno all’uscita al cinema di Avengers: Doomsday (la data di uscita italiana è fissata al 16 dicembre 2026, nello stesso periodo di Dune: Parte 3 di Denis Villeneuve), ma si parla già con insistenza del nuovo capitolo del Marvel Cinematic Universe, praticamente in qualsiasi ambiente; dalla critica, che valuta il progetto nella sua interezza e cerca di collocarlo nell’ottica di un possibile futuro che sia (o meno) contrastante con la “superhero fatigue”, agli spettatori, che invece fremono per il ritorno di qualsiasi icona possibile nel mondo Marvel, in quello che – a conti fatti – sarà il più grande evento crossover di tutta la storia del MCU. E non manca la presenza del mondo marketing e relativo agli analisti, che invece vedono in Avengers: Doomsday il più alto incasso del 2026, per quanto si tratterà di un anno che vedrà anche il ritorno al cinema di Christopher Nolan con il suo Odissea, oltre che di titoli più adatti al pubblico più mainstream come Super Mario Galaxy – Il film.
Vogliamo allora introdurci nel discorso Avengers: Doomsday, pur se in maniera maggiormente laterale, per parlare di un qualcosa che esula dal progetto in sé, e che riguarda piuttosto la sua comunicazione mediatica, soprattutto per quanto concerne i trailer che sono assicurati nelle sale cinematografiche, prima di Avatar: Fuoco e Cenere, e che continuano a essere leakati sui diversi canali social, scatenando un consequenziale (e facilmente immaginabile) polverone. Al momento della scrittura di questo articolo, sono tre i mini-teaser osservati: quello con protagonista Steve Rodgers, quello che ufficializza il ritorno di Thor con la “sua” Love, quello più composito che annuncia il ritorno degli X-Men in Doomsday; e tutti e tre i trailer, tanto per motivi di messa in scena quanto per la concezione più ampia di un certo tipo di trasmissione di informazioni, ci appaiono particolarmente problematici, così come enormemente problematico sembra (allo stato attuale dei fatti) l’impianto narrativo di Avengers: Doomsday, almeno nella sua cornice più essenziale.
Partiamo da un dato incontrovertibile: alla luce anche di alcuni scoop delle ultime settimane, che hanno svelato parte di quella che sarebbe stata la trama di The Kang Dinasty (un enorme campo di addestramento e reclutamento di eroi in attesa dell’evento finale, con i tre Spider-Man protagonisti), appare evidente che il progetto Marvel sia cambiato considerevolmente in virtù dei fatti noti di Jonathan Majors. Più che optare per un recast, complice anche l’insuccesso dei progetti con il villain protagonista (per quanto al cinema sia arrivato soltanto il più “scarso” come appeal, Ant-Man and the Wasp: Quantumania), la Marvel è corsa ai ripari tentando di replicare praticamente le stesse formule che avevano garantito il successo di Avengers: Infinity War e Avengers: Endgame. Il che, tradotto, significa non soltanto ritorno dei Fratelli Russo in cabina di regia, ma anche scansione del progettone finale in due enormi blocchi consecutivi e impostazione fondamentale del film che rinuncia, così, ad alcuni volti che tutti immaginavamo essere caratteristici del nuovo crossover. E qui giungiamo al primo grande problema: la comunicazione della Marvel degli ultimi mesi (anni, per altre letture) ha tentato di superare quel trauma di Endgame in numerosi spettatori, determinato sostanzialmente dall’essersi liberati delle due figure più carismatiche – Steve Rodgers e Tony Stark – per motivi differenti: tutti i nuovi eroi non hanno convinto, la “old gen” degli Avengers non sembra tenere il passo in assenza dei suoi leader e chi ha avuto l’onere di sostituire Captain America e Iron Man (per il secondo, a dire il vero, non c’è neanche un vero sostituto) ha deluso gli spettatori.
L’idea di riflesso è stata quella di riproporre esattamente la stessa formula di tutti i grandi successi MCU: uno scontro tra Chris Evans e Robert Downey Jr., a cui cambiare semplicemente i nomi dei rispettivi personaggi, trasformando Doomsday in una sorta di Civil War 2.0. Così come nel terzo grande evento crossover Marvel, che opponeva le due figure con tutta una serie di supereroi schierati a favore o contro, anche Avengers: Doomsday sembra essere indirizzato verso la medesima direzione, con Steve Rodgers che tornerà (immaginiamo) non per avere un ruolo marginale nel film e con Dr. Doom che costituisce il villain fondamentale della saga, già osservato anche nella post-credit di I Fantastici Quattro: Gli Inizi; che le manovre commerciali possano cambiare anche in base agli eventi non c’è dubbio, ma una tale impostazione viene incontro a chi sostiene (anche provocatoriamente) che Doomsday sia il vero evento successivo di Endgame, di fatto svuotando di senso il lavoro degli ultimi 6 anni, se non per qualche figura sporadica la cui presenza sarebbe stata giustificata comunque, e anche piuttosto facilmente.
Il secondo problema riguarda, allora, proprio tutte le figure di cui parliamo, riallacciandoci al discorso teaser: nel grandissimo annuncio di parte del cast che sarebbe stata presente nel film-evento, la Marvel aveva tenuto incollati gli spettatori allo schermo, nell’osservare semplicemente delle sedie con relativi nomi scorrere a distanza di circa 15 minuti, fino al gran finale con Robert Downey Jr. che chiudeva l’evento e confermava il suo ruolo. Tra i nomi annunciati c’erano soprattutto quelli degli X-Men, ma anche tanti altri ritorni che facevano sperare in un ritorno corale, con le tre possibili squadre d’azione che avrebbero inglobato anche Wakandiani, popolo di Talokan, Mutanti, Nuovi Avengers, (possibilmente) Young Avengers e tanti altri; una strategia di ampiezza, dunque, che avrebbe permesso ad Avengers: Doomsday di ottenere numerose declinazioni, con piani di battaglia, di azione e addirittura di dialogo differenti, con la possibilità di interfacciarsi con più pubblici e con pari dignità sullo schermo di tutte le parti in causa; i teaser mostrati fino ad ora sembrano effettuare un passo indietro enorme, non soltanto ribadendo l’ovvio (tutti sapevano che Steve Rodgers sarebbe tornato in Doomsday, così come per Thor e gli X-Men), ma affidando la comunicazione anche a filmati brevi, criptici, incapaci di mostrare un vero e proprio oggetto di narrazione. Sono teaser silenziosi, quasi pensati come identikit, che avrebbero avuto senso in una primissima fase degli eventi crossover, per ribadire la forza (e la centralità) di determinati personaggi, ma che adesso appaiono decisamente fuori fuoco tanto per l’inconsistenza dei filmati stessi, quanto per la loro destinazione commerciale. In altre parole: non dicono nulla di nuovo ai fan storici (che già sanno chi sono tali personaggi e che si aspettano ormai un binomio Evans-Downey Jr.) e non dicono nulla neanche ai nuovi fan, poiché non sono abbastanza esplicativi da presentare personaggi che non riescono a esprimersi nell’inconsistente brevità dei teaser.
In ultimo, la stessa questione del leak è, di per sé, problematica: non tanto perché i teaser arrivino su Internet (se arrivano nelle sale cinematografiche è naturale attendersi che ci sia chi filma e diffonde), quanto più per la prospettiva che c’è a priori della loro realizzazione. Negli ultimi anni dettagli, report, indiscrezioni, scoop, casting, ruoli sono il pane quotidiano della discussione online relativa ai cinecomic, che svuota sempre più di senso l’oggetto narrativo dei film e che si sofferma (nel tentativo, a nostro modo di vedere non sempre riuscito) più sull’orpello, sul costume, sul dettaglio irrilevante; l’obiettivo spasmodico di far parlare del film, di tenere il trend alto, si traduce in una portata anticipatoria del film che erudisca lo spettatore. Chi arriva in sala, insomma, sa già tutto, è già pronto, conosce ogni dettaglio possibile e la visione non è altro che un esercizio di collegamento dei puntini che gli erano stati già svelati.