La seconda collaborazione tra Michel Franco e Jessica Chastain avviene a seguito della realizzazione di Memory, film che il regista aveva presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia 2023 in un raro caso di presenza degli attori, in virtù della produzione indipendente, nell’anno dello sciopero che vietava la loro partecipazione a eventi promozionali, Festival compresi. In quel caso, era stato già possibile notare come un autore – non di certo perfetto – avesse trovato una chiave rappresentativa particolarmente becera, per tentare di accostare condizioni debilitanti, tanto dal punto di vista fisico quanto in termini emotivi, di due esseri umani deboli, interpretati proprio da Jessica Chastain e (dal poi vincitore di una Coppa Volpi) Peter Sarsgaard. Nel novembre dello stesso anno, il regista di Sundown e l’attrice Premio Oscar per Gli occhi di Tammy Faye tornano a collaborare per Dreams, un lungometraggio drammatico che ha come obiettivo la rappresentazione metaforica (e non solo) di un profondo tema di lotta di classe, per mezzo del racconto di Jennifer McCarthy, una filantropa che finanzia la vita e il percorso artistico di un giovane ballerino, Fernando, di cui è sessualmente ed emotivamente ossessionata; la loro storia, tra fughe ed espressioni di un amore impossibile e perpetuato di nascosto, imploderà su se stesso, svelando – o comunque avendo intenzione di farlo – il marcio di una classe sociale che tende la mano e parla di accoglienza.
Quello della prospettiva del conflitto, un tema che nell’ideologia comunista prende il nome di lotta di classe, è un elemento particolarmente caro a un certo tipo di cinema schierato, che fa dell’esplicitazione politica e della messa al bando dell’ideologia un cavallo di battaglia narrativo, tematico e strutturale. Michel Franco non ne è nuovo, e del resto i suoi precedenti lavori tentavano di tracciare un fil rouge fondato proprio su questi termini, con i casi emblematici di Nuevo Orden (e della dittatura militare instaurata all’interno del paese) e di Sundown (con la guerrilla urbana che diveniva parte della quotidianità dell’incurante popolazione) che sembravano anticipare ciò che poi sarebbe stato raccontato in Dreams; e non è di certo un problema il fatto che un autore voglia dirsi tale, nella sua misura di dialogo e di discussione politica, con Michel Franco che – tra sesso, violenza e rappresentazione subalterna delle classi sociali – vede in Luis Bunuel e nel caso eclatante di I figli della violenza (Los Olvidados) il suo riferimento costante quando si tratta di mettersi dietro la macchina da presa. Il confronto tra i due, qualora fosse necessario ribadirlo, è terribilmente impietoso, neanche tanto per il didascalismo politico e sociale con cui il regista messicano racconta, quanto più per un atteggiamento e un sistema di credenze ideologiche terribilmente infantile, che porta Michel Franco a rassomigliare molto – e purtroppo – a un qualsiasi pre-adolescente in odore di interesse politico, che nella maggior parte dei casi si manifesta nell’idea di conflitto violento.
Quella del tanto decantato sesso in questo film, poi, è un’altra componente indecorosa, in grado – se non altro – di restituire allo spettatore le perfette coordinate del male gaze e di tutto ciò che rasenta, lo diciamo senza troppa ipocrisia, il maniaco. E per tentare di comprenderne maggiormente le ragioni, ci basti immaginare un semplice paragone con un altro film che portava un’attrice Premio Oscar a spogliarsi, Povere creature! di Yorgos Lanthimos, con l’idea che il sesso costante fosse una chiave di costruzione identitaria per la protagonista Bella Baxter; di contro, in Dreams il sesso è funzionale a un solo meccanismo onanistico del suo regista, colto in un desiderio di trovare – nei rapporti fugaci, nelle promesse di sesso orale, nello stupro – un certo e perverso piacere sullo schermo, oltre che una precisa macchinazione dei sentimenti (lo sdegno, si immagina) dello spettatore. In tal senso, la scena finale dello stupro avrebbe l’obiettivo di agire nelle vesti di un enorme plot twist (per quanto non comprendiamo quale “trama” debba essere sconvolta), turbando chi guarda e mostrando il peggio della realtà sociale rappresentata: anche solo immaginare un meccanismo di questo genere, che avviene a seguito di 90 minuti di messa in scena funzionale allo sconvolgimento finale, rasenta tanto l’insufficienza artistica quanto la povertà morale del racconto, che diventa allora vittima di un’ideologia debole, elementare e ridondante.
E non di certo aiuta il comparto della – ancora una volta, come nei precedenti film – patinatissima fotografia, oltre che dello stucchevole montaggio che da sempre costituisce un elemento debolissimo della carriera di Michel Franco. La differenza sostanziale con quello che si può definire unico lavoro riuscito (Sundown), però, sta tutta nel modo in cui le declinazioni del nulla avvengono sullo schermo: il film con Tim Roth protagonista comprende perfettamente i suoi confini, e cala un protagonista anonimo in un contesto caotico, non mostrando mai l’esigenza passionale di spiegare ciò che si sta guardando, di fornire la propria dichiarazione politica a denti stretti, alternando (questa volta con un senso anche narrativo) sesso e violenza; tutti i lavori successivi, con Dreams in forma apicale, sono il frutto dell’elucubrazione sensoriale di un autore che si crede tale e che sente l’esigenza (non richiesta) di mettere al bando l’ideologia, di costruire un cinema politico.
Così come per il pre-adolescente che crede di cambiare il mondo e che tutto passi attraverso fantomatiche idee rivoluzionarie violente, però, ciò che ne deriva è soltanto, ed essenzialmente, ridicolo.
Voto:
1.0 out of 5.0 stars