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Posters & Co. – Nope, Jordan Peele, Heavy Horses e l’impossibile

Posters & Co. - Nope, Jordan Peele, Heavy Horses e l'impossibile Posters & Co. - Nope, Jordan Peele, Heavy Horses e l'impossibile
Copyright: Universal Pictures

“Va tutto bene, Angel. Non meritiamo l’impossibile.”

È questa la frase che maggiormente riesce a sottolineare lo spirito di Nope, il terzo e ambiziosissimo film di Jordan Peele, distribuito nel periodo estivo del 2022 e traccia importante non solo della sua arte, ma anche della sua capacità di dialogare con ogni aspetto e accezione del cinema. Il risultato è un ibrido intriso di citazioni, rimandi ma non easter-egg semplici, bensì elementi di connessione particolarmente ragionati nel porre in essere un ideale fil rouge che colleghi la storia del cinema a quella dell’immagine, della fotografia, dell’istantanea perfetta. A pronunciare la frase con cui si apre questa nostra analisi è l’Antlers Holst di Michael Wincott, un brusco documentarista che conosce l’importanza del montaggio, che centellina ogni grammo della sua conoscenza del dispositivo affinché l’immagine perfetta (l’immagine impossibile) possa essere restituita agli occhi dello spettatore.

La storia del cinema è una storia di ricerca, di sperimentazione, di nuove interrelazioni possibili all’immagine, e Jordan Peele affida al personaggio più emblematico del suo terzo film il dominio della teoria. Holst è uno strenuo difensore della pellicola, l’unico mezzo che sia in grado di superare l’ostacolo digitale del nostro tempo: si fa un gran parlare, soprattutto tra i registi più impegnati del nostro tempo, del dominio dell’immagine cinematografica, della riconducibilità della stessa verso gli occhi dello spettatore, della capacità tecnica di catturare la realtà e del ruolo della mdp in questo processo ossessivo, metafisico e impossibile della ripresa. E, del resto, anche Alex Garland sembrava dirci qualcosa di simile in Civil War, quando l’immagine perfetta (la prima del Presidente) poteva essere catturata solo da una Polaroid, mentre la macchina digitale sembrava sgranare, offuscare la nitidezza del volto. Holst prova a catturare l’impossibile con la pellicola, lo strumento che sopravvive a una crisi elettrica, potremmo dire un emblema metaforico della perdita del valore immaginifico del nostro tempo, e il “mostro” di Nope (il futuro, il tecnologico, l’intangibile alieno artificiale) può sconfitto solo dall’analogico, da un ritorno retorico al Medioevo tecnico del dispositivo.

Ed è in virtù di questa onnipresenza di prodotti e chiavi di letture che assume ancor più valore uno dei poster promozionali con cui Nope viene diffuso: ultima in ordine di tempo, dopo quelli più noti dei protagonisti che guardano verso l’alto alla ricerca di una minaccia invisibile,
la locandina nostra un cavallo fluttuare nello spazio indefinito dell’immagine, insieme ad altri oggetti. Un chiaro rimando al potere dell’alieno del film, un mostro che risucchia tutto ciò che sia alla sua portata, oltre che un riferimento diretto alla celebre simbologia della mucca fluttuante rapita dal fascio di un UFO, ma anche un modo per connettersi metaforicamente a uno dei passaggi più interessanti dell’intero lungometraggio. Aggiungendo anche il western alla sua vasta pletora di generi, Nope ne sfrutta il simbolo archetipico (il cavallo) per riproporre esattamente lo stesso modello di ragionamento: l’analogico contro il digitale, il concreto contro il cosmopolita, il tangibile contro l’astratto; il cavallo sopravvive lì dove la moto fallisce, poiché il campo elettromagnetico che l’alieno crea annulla qualsiasi strumento digitale o elettrico, esattamente come si notava per la pellicola che sopravvive lì dove il digitale viene annientato. Cavallo che, ricordiamolo, è anche il quid stesso della narrazione: il defunto padre dei fratelli Haywood è il proprietario di un ranch dove addestra cavalli per scopi cinematografici e televisivi, sostenendo che l’equino in suo possesso sia addirittura un discendente di del cavallo di Sallie Gardner at a Gallop, quella serie di fotografie anche conosciute come “The Horse in Motion” che rappresentavano un fantino al galoppo.

Messe in successione velocissima e proiettate attraverso prassinoscopio, le immagini servivano a dimostrare che ci fosse un momento in cui il cavallo è “sospeso” rispetto al terreno, con tutti e quattro gli zoccoli che non toccano terra durante il movimento (impossibile?). A ben vedere, quello costituirà uno dei primi esempi di sempre di cinematografia, e confermerà anche la tesi: esiste un momento (quello in cui tutte le zampe si trovano sotto al dorso) in cui il cavallo “fluttua”, esattamente come quel mostro di impossibile definizione che devasta Agua Dulce.

Copyright: Eadweard Muybridge – Library of Congress Prints and Photographs Division

Horse in Motion sarà una delle tracce più importanti della prima storia del cinema: realizzato nel 1878, l’esperimento fotografico compiuto da Eadweard Muybridge accompagnerà la nascita del kinetoscopio, l’attentato della moderna macchina da presa, con la storia successiva che è sotto gli occhi di tutti. E se, per qualche motivo, non lo fosse, basterà vedere proprio Nope, un’ideale summa theologiae di quel che ci porta fino a oggi, in un dialogo perverso tra ciò che è reale e ciò che è possibile da rappresentare, con la consapevolezza (come se non bastasse il resto) che parliamo anche del primo film horror di sempre filmato con cineprese IMAX, a proposito del dialogo tra analogico e digitale.

Forse l’impossibile non lo meritiamo, è vero, ma Jordan Peele ci è andato molto vicino.

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