Il maestro Marco Bellocchio ha presentato al pubblico del cinema Modernissimo di Bologna gli ultimi due episodi del suo nuovo progetto, Portobello (trovi qui la nostra recensione), incentrato sul calvario giudiziario affrontato dal conduttore genovese Enzo Tortora, a cavallo degli anni ’80.
Il confronto, è stato moderato come di consueto da Gian Luca Farinelli, direttore della Fondazione Cineteca di Bologna, collega di Bellocchio negli alti ranghi della cineteca, siccome ne è a tutti gli effetti il presidente.
Di seguito, la trascrizione del confronto tra Bellocchio, Farinelli e il protagonista di Portobello Fabrizio Gifuni, ormai collaboratore abituale del regista di Bobbio. Presente al tavolo anche Simone Gattoni, produttore della serie.
Gian Luca Farinelli: (Portobello) È veramente un film straordinario e cercate di convincere HBO che debba essere visto in sala, è un peccato che non si possa vedere al cinema.
Marco, il tuo è un film su Tortora, un film sulla giustizia. Ma è anche un film sull’Italia e sugli italiani. Infatti, tu ci mostri spesso gli italiani che guardano Portobello in televisione, che parlano degli avvenimenti, che poi votano Tortora (per il parlamento europeo, n.d.r.) ed è una straordinaria storia che racconta le contraddizioni del nostro paese. E in un certo senso è anche uno straordinario racconto à la Kafka, un racconto morale, una metafora straordinaria.
Tra tutti i temi qual è quello che più ti ha convinto a raccontare attraverso questo film la storia di Enzo Tortora?
Marco Bellocchio: Io sentivo la necessità di raccontare quei tanti che seguivano Portobello, che era un gran divertimento. Il bello, non solo del cinema, ma sicuramente del cinema, è quello di mettere insieme un popolo, una nazione, “i resti di quello che era rimasto”, la grande Italia che lottava, le sue grandi contrappposizioni. Era la fine di quella politica lì, ecco.
Quindi la determinazione di acchiappare attraverso tante piccole sintesi, e non è facile, perché Portobello è immenso. Documentandoci, abbiamo visto tante puntate, perché Portobello lo si può vedere tutto. E poi l’altro grande tema, quello di un uomo che viene svegliato durante una notte, un innocente e il suo stupore, che dopo alcune ore si troverà dietro le sbarre. Non sa perché, lo trova non-vero rispetto alla sua vita, ma alcuni sono conviti che lui sia stato un camorrista e un trafficante di droga.
Poi, c’è anche Kafka sicuramente, ma lui aveva un atteggiamento ne Il processo più… non rassegnato, ma meno stupefatto ecco.
Farinelli: Fabrizio, il lavoro preparatorio qui è stato veramente difficile, perché (Tortora) non è una figura storica, ma una figura televisiva che aveva un suo ricordo, televisivo. Prima di questa avventura cosa sapevi di Tortora?
Fabrizio Gifuni: Mi è capitato proprio ieri di vedere la serie insieme a degli amici che non avevano l’abbonamento a HBO Max. Ogni volta mi dico “dai, rivedo un pezzetto” e poi alla fine la rivedo tutta, è successo anche con Esterno Notte.
(Portobello) È la cosa più difficile che abbia mai fatto, c’era un oefficiente di difficoltà legato alla storia e al personaggio, perché Tortora aveva questa caratteristica, che poi è esplosa nel giorno dell’arresto, di essere amato. Era il più popolare in assoluto tra i quattro moschettieri (Tortora, Corrado, Bongiorno e Baudo, n.d.r.), amato da 28 milioni di italiani e c’era un’altra parte d’Italia che antipatizzava, perché Tortora aveva caratteristiche diverse dai suoi colleghi. Era un’anomalia, perché lui voleva restare così come era, mantenendo questo atteggiamento da professorino, un eloquio molto colto, che da molti veniva visto come un’ostentazione. Mentre erano molto più divertenti i lapsus di Bongiorno, i lapsus di Corrado o l’atteggiamento di Baudo, che andavano più decisamente incontro al pubblico.
In quello forse c’era già iscritto il destino di Tortora. Poi ci sono altre anomalie che abbiamo approfondito con Marco durante la preparazione, cioè che non apparteneva a una delle due grandi Chiese Politiche, non era né democristiano né comunista, né tantomeno faceva parte della massoneria della P2. Abbiamo letto delle lettere scritte da Tortora straordinarie, di una rettitudine, rispetto alla questione della P2, che quasi suonavano come sfide. In una di queste lettere definì Bernabei, uno dei capi della televisione di stato, “uno squadrista da sagrestia”. Delle cose che non si sarebbe sognato di dire nessuno!
Secondo me questo tipo di lavoro dimostra che, a prescindere dalla questione dei centrini e dell’agendina, ci fosse già tanta gente pronta ad avventarglisi contro. Poi ovviamente c’era anche il gusto di veder cadere la persona potente e famosa. E poi ha ragiona Marco, ma c’è anche la difficoltà di raccontare la vicenda giudiziaria, che è intricatissima. Era davvero difficile da sintetizzare e credo che la serie spieghi tutto bene.
Io sono solito auto-flagellarmi continuamente, ma per una volta sono molto contento di quello che ho fatto, lo dico.
Iniziano ora le domande del pubblico.
Domanda: Una domanda per il produttore. Ho visto che la serie è co-prodotta da Rai Fiction. Nel secondo episodio Tortora critica la Rai per averlo abbandonato dopo l’arresto. Volevo sapere se c’è stato qualche imbarazzo con RAI Fiction, siccome l’azienda non esce benissimo dal racconto della serie.
Simone Gattoni: Come ha accennato Fabrizio prima, Tortora definiva la Rai un “progetto guidato da boyscout”, quindi venne allontanato dalla Rai. Non abbiamo avuto grandi problemi con loro, editorialmente non hanno mai detto nulla, anche perché l’editore è HBO.
Bellocchio: Diciamo che ci sono stati dei ritardi burocratici, per cui avevamo bisogno di iniziare a girare ed HBO ci ha fatto un’offerta. Diciamo che se avessimo dovuto aspettare la Rai…
Domanda: Una domanda per regista e protagonista. Quando si fa un prodotto di questo genere, finita la lavorazione è un punto a capo oppure lascia segnati gli autori?
Farinelli: Marco Bellocchio ha fatto 58 film, eh!
ll pubblico scoppia a ridere, n.d.r.
Bellocchio: Sicuramente la fine delle riprese ti lascia libero, dà spazio alla tua immaginazione. A me capita sempre di prendere progetti che avevo lasciato indietro, in questa fase. Anche perché poi al montaggio, una volta, quando ho iniziato io, il regista faceva da sentinella al montatore, mentre lavorava. Adesso preferisco lasciar fare a Francesca (Calvelli), lei lavora in parallelo a me siccome gode della mia fiducia. In questa fase hai la libertà di poter immaginare quello che potresti fare dopo.
Gifuni: Una volta terminate le riprese, inizia la tortura più grande per un attore. Perché non saprai mai quali ciak verranno usati e quali invece no. Noi abbiamo girato tantissime scene di Portobello, con tanti ospiti. Ma è normale che sia così. Tu hai nel cuore la memoria di una scena, che è la tua preferita, ma magari poi non c’è nel film. Una scena che pensavi di aver fatto male magari la trovi nel montaggio finale e rivedendola ti rendi conto che non era poi così tanto male. Quindi, per un attore si entra un po’ nella terra di nessuno. Poi, c’è questa cosa curiosa, questo effetto ritardato del pubblico, legato alle sue reazioni. Mentre in teatro, dopo tre secondi tu capisci se una serata è andata male o benissimo.
Invece, se la domanda si riferisce a quanto ti lascia dentro… ci sono dei personaggi che sì, ti accompagnano. Ce ne sono alcuni in particolare che non mi abbandonano, perché io non mi stacco dai miei fantasmi. Tra un mesetto riprendo Moro all’Arena del Sole (a teatro, n.d.r.). Poi, naturalmente anche per noi si pensa a d altri progetti, però non è un tradimento, è normale che sia così.
Domanda: Avrei una domanda per il maestro Bellocchio. Lei insegna sempre qualcosa di nuovo alle nostre generazioni, io ho vent’anni quindi non conoscevo il programma. Principalmente volevo chiederle se il cinema può far conoscere alle nuove generazioni una dimensione di denuncia sociale. Poi volevo chiederle com’è lavorare coi corpi degli attori, in particolare nelle scene in tribunale.
Bellocchio: In questo senso c’è un rapporto che trovo vivace, ecco: lei ha visto (la serie) e io le rispondo! Quando ero ragazzo io c’erano i dibattiti a fine proiezione nei cineforum, che anche Moretti prese in giro in uno dei suoi film (Io sono un autarchico, n.d.r.). Però erano qualcosa di importante, formativo.
Quindi questa è un’occasione bella, perché il film è stato distribuito da HBO. Però cosa sappiamo? Niente! Sappiamo che alla stampa è piaciuto, però del pubblico non sappiamo niente.
Per quanto riguarda la direzione degli attori… non so se lei ha visto Il traditore, ma il processo è un teatro. Io non ho mai fatto teatro ma l’ho sempre amato. Queste due puntate che abbiamo visto stasera, questi due processi, sono un altro tipo di teatro rispetto al Traditore. Perché nel Traditore c’erano giudici abbastanza imparziali, mentre in Portobello nel primo processo i giudici erano molto influenzati, da loro stessi. Poi anche da un punto di vista di scrittura, ripresa e montaggio è stato difficile. Nel cinema è sempre difficile sfuggire alla retorica e fare dei personaggi buoni, per bene e intelligente, come il giudice Morello.
Procedendo per grandi sottrazioni credo siamo riusciti a convincere su questo esito finale, che è di assoluzione.
Domanda: Nella realizzazione del film vi siete avvalsi della collaborazione della famiglia Tortora?
Bellocchio: Sì. Prima di tutto, il progetto partì da questo libro, Lettere a Francesca, quindi incontrai Francesca Scopelliti (la compagna di Enzo Tortora, n.d.r.) e parlammo. Fu piuttosto generosa. Parlammo anche con la figlia e con tutta una serie di persone che lo avevano conosciuto. Abbiamo condotto un’inchiesta abbastanza ampia. Abbiamo parlato anche con dei giudici, come il giudice Morello che è morto pochi mesi fa.
Portobello è una serie che parte da dati di realtà, a differenza di Esterno Notte che era molto più fantasiosa. Sicuramente abbiamo aggiunto cose e sottratto altre, ma per esempio nelle scene tra Tortora e i sostituti procuratori, abbiamo usato battute rinvenute nei libri e nella cronaca.
Il punto di partenza è stata la fedeltà ai fatti, da cui però bisogna poi in qualche modo liberarsi.