Si capisce perché Bradley Cooper nell’ormai lontano 2019 figurava tra i produttori del Joker di Todd Phillips. Il suo terzo lungometraggio da regista, Is this thing on? (in italiano, liberamente tradotto come È l’ultima battuta?), racconta di un apatico uomo di cinquant’anni che, in seguito alla separazione da sua moglie, si improvvisa stand-up comedian presso un locale che organizza serate open mic a New York.
Ci sarebbe molto da scrivere anche soltanto a proposito della scelta di casting per la coppia protagonista: Will Arnett (la voce originale di BoJack Horseman) e Laura Dern. Questo perché la presenza dell’attrice premio Oscar suggerisce una vicinanza a un certo tipo di dramedy newyorkese, quello dei film di Noah Baumbach, su tutti Il calamaro e la balena e Frances Ha; un cinema profondamente debitore della poetica di Woody Allen, chiaramente. Cooper sceglie di affrontare il post-Maestro della sua neonata carriera di regista e sceneggiatore con una storia profondamente newyorkese, che si piglia e si somiglia con decine di altre storie di genere del cinema americano contemporaneo (e non, verrebbe anche da pensare a Lenny di Bob Fosse, in alcune scene ambientate durante gli open mic del protagonista), ma lo fa con cuore e convinzione.
In effetti, quel che ci suggerisce il film, rimanda un po’ all’idea di scrittura alla base del bellissimo Project Hail Mary di Lord e Miller, che non si masturba alla ricerca di “nuove” formule per una space adventure, prediligendo al contrario un film incentrato sulla scrittura dei (tre) personaggi principali. È l’ultima battuta? ripropone la formula del film con Ryan Gosling e Sandra Hüller, ricercando la propria unicità nella chimica tra i due protagonisti. Si gioca molto con l’accezione letterale del verbo “amplificare”: il microfono che Alex (Arnett) prende in mano quasi per gioco all’inizio del film finisce per amplificare la sua voce, dunque i suoi pensieri. Tant’è che la scena d’apertura del film (una cena tra amici) inizia con una battuta infelice di Tess (Dern) che dice, parlando velatamente del marito, nel bel mezzo del racconto di un’aneddoto su una persona non ben identificata, “non parlavo di te, parlavo di una persona viva”.
Il microfono amplifica proprio tutto ciò che giace al di sotto di quella patina di “morte apparente”, nella sfera emotiva di un uomo che non è in crisi di mezza età, ma che forse ne avrebbe proprio bisogno. Più Alex si esibisce (sfoggiando monologhi che non vogliono essere comici, ma soltanto fargli vomitare episodi quotidiani della sua vita di padre neo-divorziato), più i suoi rapporti familiari tendono a evolversi. Non migliorare o deteriorare, ma evolvere. Da qui un altro gancio col cinema di Baumbach, con i due protagonisti che sembrano ringiovanire come per miracolo, attraverso il dialogo tra artista e spettatore (lui sul palco, lei tra il pubblico), in una scena madre che ricorda quella della Messa in Maestro, per come Cooper gioca con il piano di ascolto di Carey Mulligan/Laura Dern nei due film.
Ed è qui che il pessimismo antropologico dell’autore invade la narrazione: quello che può sembrare un secondo atto volto a far rifiorire l’amore in un matrimonio in rotta di collisione da anni, finisce per smascherare ancora una volta i limiti della relazione. Provare qualcosa di nuovo, non riuscirà per forza a farvi sentire ventenni innamorati della propria vitalità; né tantomeno giocare a fare i fidanzatini durante un weekend al lago con gli amici, sortirà alcun effetto. A questo proposito, l’insopportabile personaggio secondario interpretato dallo stesso Cooper, finisce per avere in bocca una delle battute più importanti del film, suggerendo ad Alex di “girare” il quadro di sua moglie appeso in soggiorno (in cui è ritratta nel fiore degli anni, di spalle, mentre fa una schiacciata a pallavolo), come a evitare il contatto visivo con il vigore di un corpo giovane, potente.
E nel suo splendido epilogo, Cooper finisce per spiegare a pseudo-autrici come Celine Song come si scrive un finale grandioso per un film romantico. Perché forse, accettare di essere infelici insieme, nella visione del regista, è l’antidoto a dei corpi che invecchiano, dei figli che iniziano a vedere (Il “ti vedo” della saga di Avatar), dei comprimari che giudicano e impartiscono lezioni di vita.
Voto:
3.5 out of 5.0 stars