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Berlinale 76 – Rose: Sandra Hüller interpreta una donna che prova a ingannare il mondo maschile

Copyright: 2026_Schubert, ROW Pictures, Walker+Worm Film, Gerald Kerkletz

Presentato in concorso alla Berlinale di quest’anno, Rose di Markus Schleinzer vede la candidata all’Oscar Sandra Hüller (La Zona d’Interesse, Anatomia di una caduta) interpretare una veterana della Guerra dei Trent’anni che, nei primi del ‘600, assume l’identità di un suo commilitone morto che le aveva lasciato in eredità un’atto di proprietà che testimoniava il suo potere su una fetta di terra in un villaggio.

Rose è una donna che si finge uomo per avere più opportunità, perché se indossi i pantaloni, è più facile avere potere sul proprio corpo e sulla propria identità. Questo è chiaro, nel 1600 come nel 2026. In effetti, tutto il film insiste su questo concetto. O almeno, nei frangenti in cui Markus Schleizner si ricorda di dover portare avanti una narrazione, insiste su questo concetto. Perché all’atto pratico Rose non è altro che un’operazione commerciale (ben confezionata) per cinefilini figli della “sottocultura” art-house di Mubi. Una fotografia in bianco e nero fatta di sole illuminazioni naturali e luci diegetiche, immersa nella natura; un film in costume che “fa satira” portando dibattiti contemporanei nel passato; simboli femministi trapiantati in un contesto pretestuosissimo. Stiamo parlando di un prodotto simile. Il tutto accompagnato da una insopportabile interpretazione della Hüller, che sembra trascorrere il tempo della sua performance a provarle tutte per convincere la giuria del festival a darle il premio per la migliore attrice della kermesse. Insostenibile.

La rivoluzione femminista si combatte attraverso la trasformazione e l’inganno, nel film di Schleizner, che si erge su una protagonista dal timbro vocale e dalla fisionomia inequivocabilmente femminea, vive di pretestuosissimi concetti critici e socioculturali. Per di più, questo pressappochismo contenutistico, si scontra con una gestione degli episodi scenici ridicola. Non accade nulla di rilevante per più di metà film, c’è soltanto spazio per la contemplazione dell’altezzosa fotografia au naturel, quando poi, ecco che Rose inizia a propinare dialoghi e situazioni di disordinata follia, in cui l’austerità dello scenario viene annullata da episodi comici buffi, ma inopportuni. Senza poi considerare l’apparizione di alcune comparse con indosso costumi carnevaleschi nella primissima scena, mai più mostrati all’interno del film. Come un accenno di surrealismo rimasto fine a sé stesso. Col senno di poi, forse, un’opera dai toni surrealisti, uno Jodorowsky tra le foreste, sarebbe stata più coerente ai tempi espressi.

Ciliegina sulla torta, l’epilogo più scioccamente elevato dell’intero festival, in cui Rose, guarda un po’, diventa la Giovanna D’Arco di Carl Theodor Dreyer. Una conclusione filologicamente più scontata di questa era difficile da concepire.

Atroce.

Voto:
1.5 out of 5.0 stars

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