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Berlinale 76 – Flies: un semplice e toccante quadro famigliare

Copyright: Kinotitlán

Flies (Moscas), il nuovo film diretto da Fernando Embrecke e presentato in concorso alla Berlinale 76, inizia come un episodio della serie animata Mr. Bean (2002-2004): Olga (Teresita Sánchez), una signora di mezza età che vive in solitudine nel suo appartamento, si ritrova per diversi minuti a inseguire una mosca, il cui ronzio scandisce comicamente la scena. La sua vita cambia drasticamente – in positivo – quando affitta una stanza a Tullio (Hugo Ramirez), giunto in città insieme al figlio di nove anni Cristian (Bastian Escobar) per assistere la moglie ricoverata in ospedale per una grave malattia.

Da qui si snoda un film molto intelligente e raffinato nella sua semplicità e costruito tutto sui rapporti tra i personaggi. Inoltre, merita decisamente un plauso la scelta di condensare l’intero contenuto narrativo dell’opera in un unico elemento che, una volta giunti al termine della pellicola – non senza aver versato qualche lacrima sincera –, risulta un’efficace metafora. Si tratta della passione di Cristian per il videogioco Space Defenders Pro (un cabinato identico al più noto Space Invaders), su cui il bambino passa intere giornate. Il videogame diventerà presto un oggetto di valore fondamentale, in grado di collegare emotivamente i tre personaggi del racconto, i quali davanti a quello schermo di vetro produrranno delle connessioni tali da disarcionare i limiti della propria personalità.

Fatto di piccoli gesti, silenzi sospesi, tenere risate, danze imbarazzanti al ritmo del cha-cha-cha e di innocenti rimproveri, Flies riesce a fare quello che molti film non riescono: usare la propria ristrettezza narrativa (pochi attori, poche location, pochi minuti) per dipingere un affresco di profondo e onesto intimismo. Lo dimostra la cura che Embecke riserva alla realizzazione di scene minime, quadretti sintetici tutti indirizzati alla forza espressiva del singolo gesto. È ciò che accade quando Cristian si adagia con le labbra sulla fronte di Olga per misurarle la febbre, in un momento dove il tempo fisico sembra fermarsi per dare spazio a quello interiore delle emozioni, oppure quando la mano di Tullio accarezza la piccola spalla del figlio in un bellissimo e commovente close-up notturno.

E, come se non bastasse, i toni umorali del racconto sono gestiti benissimo: iniziato come una commedia quasi muta à la Jacques Tati, quando poi il film approda nel reame del dramma, tutto sembra confluire ordinatamente e coerentemente nell’unica direzione possibile e unificante, cioè la descrizione dei personaggi e dei loro sentimenti, resi alla perfezione da un cast più che ottimo.

Tra l’altro, al termine, la pellicola si concede meritatamente anche il lusso di una struggente visione allegorica, in cui un bambino riabbraccia la madre in una galassia fatta di pixel, per poi essere riportato alla realtà da chi per lui ci sarà sempre, nonostante tutto. Un campo lungo su una porta di un cortile che si chiude sugella, infine, un film toccante e maturo nella sua esperta semplicità.

Voto:
3.5 out of 5.0 stars

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