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Lee Cronin – La mummia: Corpi, corpi, corpi!!!

Copyright: Warner Bros.

Una cosa è certa: la svolta dei mostri di casa Universal passa dalla (solita, solida) bravura imprenditoriale di Jason Blum, che ha reso l’uomo invisibile, l’uomo lupo e adesso la mummia, figure centrali (e centrate) rispetto a un cinema dell’orrore di stampo familiare/relazionale, nell’era pandemica (e post-pandemica).

Lee Cronin – La Mummia (curioso adattamento dell’originale Lee Cronin’s The Mummy, quindi La Mummia di Lee Cronin, come già avvenuto di recente con Guillermo del Toro’s Pinocchio, da noi Pinocchio di Guillermo del Toro, mantenendo il genitivo) è, contro ogni pronostico, un ottimo body horror, tra i più solidi dell’annata; il rapporto tra corpi, casa (chiesa?) e famiglia, nel film del regista classe 1982, manda allegramente a quel paese la totale perdita di controllo del Together di Michael Shanks dello scorso anno, per usare un riferimento a noi vicino. Questo perché la nuova Mummia di casa Warner/Blumhouse, vuole indagare su un male talmente divino (nel senso di “onnipotente”) da corrompere qualsiasi cosa. Nel mondo di gioco di Lee Cronin, il male è tutto fuorché banale: è un’entità (nota come Nasmaranian) che “porta crudeltà, dove prima c’era amore; il diavolo del sua epoca”, una maledizione che ha bisogno di consumare un corpo, preferibilmente giovane, per evitare di sprigionare la sua ira sugli uomini attraverso catastrofi climatiche (l’esondazione del Nilo è la ragione per cui dei fanatici in Egitto evocano la mummia nello splendido prologo del film) che richiamano le Piaghe d’Egitto di biblica concezione.

In effetti, la sola immagine di un corpo tumefatto sicché posseduto da uno spirito malevolo, vecchio “3000 anni più di Cristo”, che ha bisogno di nutrirsi di corpi giovani (di una bambina, Katie, nel caso specifico della nostra storia), assume connotati di pedofilia, che di questi tempi riconducono a un significato culturale ben preciso. Mancava solamente una misteriosa isola privata nel bel mezzo del Pacifico, mettiamola in questi termini. Una metafora che ricorda vagamente quella del vampiro nello splendido Marty Supreme di Josh Safdie, attraverso il personaggio di Kevin O’Leary.

Ma al di là di letture e suggestioni forzate, ciò che modernizza il mostro cinematografico di Cronin è proprio il lavoro sul corpo di Katie, che a nove anni viene rapita salvo essere ritrovata (conciata come Reagan de L’esorcista di William Friedkin) otto anni dopo, porta “crudeltà dove prima c’era amore” nell’ottica in cui l’amore sta all’equilibrio e la crudeltà all’irrequietezza che alberga individualmente in ogni membro della famiglia. Il Nasmaranian evidenza attraverso la sua possessione (che è a tutti gli effetti virale, altro elemento contemporaneizzante) i connotati più fittizi dei corpi delle vittime: il trucco (forse eccessivamente) posticcio sul corpo di Katie, una volta ritrovata, rende ogni suo arto (o tessuto) vulnerabile, nel senso di superfluo (e superficiale); come un corpo in eccesso che tiene sigillata la “vera” carne, la nuova, carne. La Mummia di Lee Cronin in tal senso, è body horror purissimo per come sfrutta la marcescenza del corpo come veicolo per stanare i veri demoni della famiglia, dall’accecante fede religiosa della nonna (protagonista di una delle scene horror dell’anno, quella del crocifisso fluttuante) all’incapacità della madre di riconoscere in sua figlia un frutto del suo corpo (corpi, corpi, corpi!!!).

Il regista di Evil Dead Rise in quest’ottica, riflette sulla vecchia e sulla nuova carne (mantenendo solo la nomenclatura della dicotomia proposta da David Cronenberg) individuando nella prima la virtù e nella seconda la potenza, come nella filosofia ellenica: la vecchia carne, quella pre-virus, cela delle potenzialità censurate da un corpo frustrato (non si ragiona mai su cervello e intelletto nel film di Cronin), che possono essere liberate ed espresse (potenza) dal Nasmaranian. La suddetta potenza poi, rende la morte una liberazione, una seconda vita, più festosa (da un punto di vista orrorifico, per come i nuovi mostri si divertono a sfruttare i propri poteri al servizio del caos) e libera da ogni forma di costrizione. In questa ottica, le vere catene (come quelle che immobilizzano nel sarcofago Katie durante il tempo della sua sparizione), sono quelle della famiglia in cui regna un silenzio di tomba (pessimo gioco di parole) rispetto all’assenza (del corpo, vivo o morto) di Katie, svanita nel nulla.

Ribadendo l’indubbia centralità della Blumhouse in questa operazione di recupero e resurrezione dei mostri Universal, una nota al merito (ancor più) esplicita) di Lee Cronin va verbalizzata, perché un prodotto di genere del genere, non può non essere frutto di un gran talento. Il prossimo passo di questo giovane autore dovrebbe essere un cine-comic, avendo dalla sua un contratto in Warner e un padre putativo come Sam Raimi.

3.5 out of 5.0 stars

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