Presentato in concorso alla Berlinale 76, A New Dawn rappresenta l’opera-prima di Yoshitoshi Shinomiya, animatore formatosi in seno alla “Scuola Shinkai” (suoi sono i crediti relativi alla direzione artistica di Your Name).
Proprio come molti film di Makoto Shinkai, A New Dawn presenta lo stesso eccessivo e onanistico sfoggio estetico a fronte di un contenuto narrativo sostanzialmente irrisorio e povero di equilibrio. La storia, confusissima e inutilmente complicata oltre ogni misura, è quella di Keitaro, un giovane artigiano che dopo la scomparsa del padre si ritira nella fabbrica di fuochi d’artificio della famiglia (che presto verrà chiusa dietro un’ordinanza amministrativa) per risolvere il mistero dello Shuhari, un ordigno pirotecnico leggendario.
A causa di una gestione dei toni sinceramente sconsiderata, in grado di passare senza vergogna e senza fornire spiegazioni da una scena di convivialità familiare a una in cui è coinvolto un tentato suicidio, la pellicola animata non lesina neppure tutti i vari ed eventuali cliché che ormai appestano questo tipo di produzioni nipponiche: la canzone stucchevole e sdolcinata sui titoli di coda, bislaccherie estetiche di ogni tipo (gli esempi migliori sono la visione “galattica” alla fine e la scena del trip, coacervo di diverse tecniche di animazione), ambigue citazioni a opere occidentali (in questo caso alla scena del test atomico di Oppenheimer) e patinati dettagli ipperrealistici sul cibo e sugli oggetti da lavoro.
L’idea era quella di raccontare una storia sostanzialmente di matrice socio-realista, tanto che negli esigui 76 minuti di durata la pellicola non fa altro che parlare di fabbriche, di ordini di sfratto, di ordinanze comunali e del pericolo della standardizzazione tecnocapitalista presente in una metropoli come Tokyo. Il problema è che per farlo il regista sia ricorso a uno stile totalmente antitetico alla morfologica dei contenuti: l’ipertrofia del montaggio e la supposta e blanda visionarietà delle immagini (non mancano le numerose sbollature, così come l’irritante fotografia sempre troppo luminosa da risultare accecante) non fanno altro che confezionare un prodotto fortemente respingente.
Nessun argomento viene realmente approfondito e spesso si fa fatica a comprendere anche solo i rapporti parentali tra i personaggi. Per non parlare delle classiche allusioni vagamente erotiche e bambinesche proprie di molti anime di bassa lega, che qui compaiono vestendo le sembianze di una ridicola scena in cui due ragazzi si prendono a morsi sul volto attraverso la buchetta di una porta.
Entrati in sala pieni di curiosità per la visione di un film animato giapponese in concorso a un festival così prestigioso, si è usciti sommariamente delusi, nonché parecchio amareggiati.
Voto:
2.0 out of 5.0 stars